Il titolo volutamente provocatorio ha lo scopo di trattare in modo diverso il caro bollette. Anche se il prezzo del gas sembra stia scendendo, il caro bollette oltre ad essere un problema grave perché colpisce le attività e il lavoratori due volte, sia come dipendenti sia come utenti dei servizi essenziali, luce, acqua gas, è anche il fallimento della cultura attuale. Sia chiaro è necessario e opportuno che lo stato intervenga, ma l’intervento per essere efficace non deve essere solo economico, bisogna, per usare una parola di moda, cambiare paradigma. Il solo intervento economico è di fatto, un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto, si ruba ai lavoratori e alle piccole e medie imprese a per dare ai ricchi, infatti, lo
scostamento di bilancio e il conseguente debito pubblico più che un problema tra generazione è un problema di trasferimento di risorse dal basso verso l’alto all’interno della stessa generazione. L’opprimente fetore dell’ipocrisia filistea dei liberisti col culo degli altri ha raggiunto col caro bollette vette incredibili, ma andiamo con ordine.
I liberisti sono quelle persone che considerano il mercato il dio onnipotente e giusto regolatore del merito e della distribuzione della ricchezza. In questi mesi trovo stucchevole e codardo l’atteggiamento di certi lagnoni del caro bollette, mi riferisco soprattutto ai rappresentanti di quelle categorie che ad ogni piè sospinto inneggiano alle doti taumaturgiche del mercato, ma cari signori perché vi lamentate dell'aumento delle bollette? È il mercato bellezza, soprattutto quello di Amsterdam, null’altro che il mercato e guerra o non guerra l’aumento del mercato arriverà a tutti. Gli stessi che inneggiavano al libero mercato quando doveva essere applicato al lavoro, oggi piagnucolano l’intervento dello stato, o del super stato EU, per il caro bollette, sfruttando opportunisticamente il disagio dei più. Il mito del mercato è frutto dell’analfabetismo culturale, non solo economico, scientificamente coltivato con un’informazione parziale e omissiva. E pensare che un’autorevole lezione l’ha espressa un’eminente liberale, molto citato dai suoi ipocriti epigoni liberisti, ma sicuramente poco letto, se letto poco capito o deformato: Luigi Einaudi. Il secondo Presidente dell’Italia democratica nel 1944 quando era ancora esule in Svizzera, tenne delle “Lezioni di politica sociale”.
Gli scritti di quelle lezioni sono suddivisi in due parti:
Parte prima: Sull’economia di mercato;
Parte seconda: Alcuni problemi di politica sociale.
Quello che a noi interessa anche per la sua attualità è la parte prima, essendo la seconda interessante principalmente dal punto di vista storico economico, molte cose sono cambiate da allora. La prima parte è una lezione in 35 paragrafi di “che cosa è un mercato”. Quello che a noi interessa sono i paragrafi che parlano di monopoli, in particolare il paragrafo dodici dal titolo DUE SPECIE DI MONOPOLI E DUE METODI DI LOTTA CONTRO DI ESSI. Come Adam Smith, Einaudi aveva in uggia i monopoli, nel paragrafo parla di due tipi di monopoli, quelli legati alla legislazione e quelli naturali, qui ci interessano i monopoli naturali, ad es. il gas. Riporto alcuni brani fedelmente. [… la lotta contro i monopoli deve essere considerata come uno dei principali scopi della legislazione di uno stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendono curare gli interessi dei meno.] Chissà se rientrerà tra gli scopi del nuovo governo.
Tra i più Einaudi annoverava anche le piccole e medie imprese, già allora ossatura e nerbo portante dell’economia italiana, a maggior tutela dei più sosteneva che alcuni settori devono ricevere particolari attenzioni. Ma quali sono quei settori, o industrie, che devono ricevere attenzioni dallo stato, andiamo ancora da Einaudi: [Ad es., la concorrenza in una stessa città e negli stessi rioni di molte tram vie, di molte imprese di acqua potabile o di gas o di luce elettrica, …, non è possibile, e se tentata non dura. Siccome qui il monopolio si può dire quasi naturale, non lo si può abolire, e bisogna regolarlo. Lo Stato interviene per fissare le tariffe massime, il genere dei servizi, ovvero può decidersi di esercitare lui stesso l’industria monopolistica, facendosi rimborsare il puro costo. ]
L’attualità di queste considerazioni mette in luce l’ipocrisia dei liberisti moderni, certe “industrie” o devono essere strettamente regolate dallo stato o deve essere lo stato che le esercita senza scopo di lucro, cioè facendosi rimborsare il puro costo. Mi sembra di ricordare che sia stato fatto un referendum su questo senza scopo di lucro, o no? E si cari liberisti col culo degli altri, i servizi pubblici devono avere delle tariffe massime e non il palliativo della legislazione attuale, o essere gestiti dallo stato in efficienza e senza scopo di lucro. Per cui se lo stato non è efficiente e si invoca il libero mercato, è perché i rappresentanti dello stato si occupano degli interessi dei meno e non tutelano i più, sono gli stessi che promotori dell’inefficienza invocano il mercato soprattutto per gli altri, lavoratori, utenti dei servizi pubblici e piccole medie imprese, ma vogliono l’intervento dello stato quando il mercato tocca il loro sedere. Non sono dirigenti che si preoccupano del benessere dei più, ma … come disse un autorevole Presidente della Repubblica: “vili affaristi”.
Sarebbe interessante parlare anche del paragrafo sette delle lezioni di Einaudi: “Non confondiamo il meccanismo del mercato col meccanismo della distribuzione della ricchezza”, ma sarebbe troppo scoprire che i liberisti ci hanno da molto tempo preso per il … NASO.
Marco Fascina