[Debito # 4/6]
Che cosa significa essere proprietari di una cosa? Significa forse che si può fare ciò che si vuole? Si pensi ad una motosega: uno può uscire da casa con la sua motosega accesa e andare a passeggio per strada? Certo che no. Anche se la motosega è sua, l'ha acquistata e ne è il proprietario, qualcuno lo fermerebbe. Quindi il diritto di proprietà non è una relazione tra l’uomo e l’oggetto, quanto una relazione tra l’uomo e tutti gli altri membri della collettività. Tutte le persone è importante sappiano che quella cosa è mia e gli altri, voi, non potete utilizzarla come credete senza avermi interpellato. In questo si riassume l’idea di proprietà. Solo io, in quanto proprietario, posso utilizzare la cosa, e goderne degli eventuali frutti. Questo tema della proprietà è stato analizzato e approfondito soprattutto dagli antichi romani che, grazie alla forza del loro esercito, si impossessavano di territori e di schiavi.
In molti punti il libro “Debito” attacca le idee di Adam Smith, il padre del liberismo, filosofia che oggi è rilanciata con forza da tutto il “mainstream”. Questa teoria afferma che il mercato (luogo dove gli individui si scambiano beni e/o servizi spinti dal tornaconto personale) è un fenomeno che sorge naturalmente, per volontà divina, e che gli equilibri che si vanno a creare nelle relazioni all'interno di questo “mondo naturale” sono alterati negativamente dalla presenza dello Stato. Il filosofo scozzese propone di ridimensionare il più possibile l’interferenza dello Stato nelle cose economiche. È tema d’attualità: “Lo Stato è ladro e corrotto, ci tassa senza darci nulla in cambio! Basta creare debito! Viva il pareggio di bilancio!” L’analisi storica però ci permette di comprendere che non esiste mercato senza una struttura statale. Lo Stato è la condizione necessaria affinché vi siano dei mercati intesi come luoghi dove gli individui si scambiano beni, motivati solo dal proprio tornaconto. L’istituto della schiavitù ne è una prova. Senza uno Stato che va in guerra contro un “nemico” e uno Stato che tutela il diritto di proprietà di chi dalla guerra è tornato vincitore con un bottino di beni, schiavi inclusi, l'istituto della schiavitù sarebbe pressochè impossibile. Come si potrebbe altrimenti obbligare qualcun altro a sottomettersi ad un altro essere umano una volta deposte le armi?
La concezione giuridica dello schiavo, equiparato ad una “rex” (cosa), di proprietà di un altro soggetto definito "proprietario" che è tutelato dalle leggi e dalla milizia dello Stato sono condizioni indispensabili a permettere l'esistenza di questa situazione che, guarda caso, oggi che la legge lo vieta, è stata debellata. Scrivevo nell'articolo precedente che uno dei modi per trasformare una persona in schiavo, oltre a quello del nemico catturato in guerra, è quello di impossessarsi fisicamente del proprio debitore insolvente. Tale operazione è un'ulteriore conferma che senza un sostegno giuridico, che s'impone sempre con la forza, anche quest'istituzione sarebbe impossibile.
Quando la Francia invase il Madagascar (1895) dopo aver preso possesso del territorio che era governato in precedenza da Ranavalona III, il generale francese Gallieni impose al popolo malgascio di sopportare, mediante tassazione, le spese sostenute per l’invasione. Non solo, le infrastrutture che furono successivamente volute e costruite dai francesi (e non fu quindi scelta dei malgasci che non ne avevano bisogno per i loro commerci, con buona pace di chi sostiene che i mercati sorgono “spontaneamente”), vennero pure caricate nel debito che quel popolo si trovò a dover pagare. Nel 1947 i francesi trucidarono circa mezzo milione di persone nell'isola, per sedare la rivolta di chi riteneva ingiusto quel vecchio debito. Sempre i francesi si trovarono in una situazione interessante con una loro colonia, l'attuale Haiti.
Quel territorio, ad opera della Spagna fu sottratto con la forza agli indigeni, i Taini (di cui oggi si sono quasi del tutto perse le tracce). Divenuto in seguito colonia francese, fu popolato da schiavi africani importati a forza per lavorare nelle piantagioni. Ad Haiti si ribellarono sino ad ottenere l’indipendenza. La Francia, persa l'ex colonia, sostenne che gli haitiani dovevano una certa somma al governo francese per risarcirlo delle piantagioni espropriate. La comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, ritenne corretta la richiesta e decretò l’embargo alla piccola nazione appena nata sino al completo pagamento del dovuto.
Ancora oggi il popolo haitiano non si è risollevato da quel debito capestro che ne mina lo sviluppo economico e quel territorio, pur popolato da gente laboriosa, sta facendo la fame e vive in condizioni di estrema povertà. Così come in Madagascar il susseguirsi di svariate epidemie sta ancora causando migliaia di morti, in quanto il servizio sanitario non può essere implementato finché non saranno saldati i debiti di cui è stata descritta l’origine. I due esempi ci dimostrano che anche gli accordi internazionali han peso decisivo, se in Madagascar son stati penalizzati i perdenti, ad Haiti son stati penalizzati i vincenti. Il libro di Graeber si pone il problema di rispondere alla domanda: “Chi deve cosa e a chi?" andando a investigare nei fatti storici, filosofici, economici e religiosi per darci dei parametri di comprensione. Risposte definitive non ce ne saranno.
Mirco Venzo - Treviso, 29/07/2016 #qzone
Nella foto il leone di Valstagna, località del confine della Serenissima. Il libro simboleggia i valori (leggi) che vengono difesi con la spada. E' questa una delle interpretazioni. Generalmente il libro del Vangelo nel simbolo veneziano è tenuto aperto sotto la zampa del felino, a simboleggiar Venezia come un luogo di pace.