Perché una ragazzina di 10 anni viene trovata sola in bagno strozzata dalle sue stesse mani? Perché quella bambina, perché di questo si tratta, ha trovato affascinante e figo prendere una cintura di un accappatoio e stringersela follemente intorno al collo? Non è solo questo il punto: lo ha fatto consapevolmente e riprendendo se stessa nell’ azione di inconsapevole suicidio con la videocamera del cellulare. Non serve a questo punto chiedersi a cosa servisse un cellulare in mano ad una bimba di 10 anni, che forse dovrebbe o potrebbe ancora
tenere in mano le Barbie e ballare alle festicciole di compleanno, anziché ancheggiare ed assumere pose sensuali su tic toc.
Non serve più oramai chiedersi dove fossero i genitori e perché quella bambina avesse dei profili social. Non serve più rimpiangere il passato e pensare a quali giochi facessimo noi ragazzi anni 80, oggigiorno quegli stessi genitori di questi bambini. Si stava bene quando si stava peggio? Era vita vera e autentica quella fatta di giochi in cortile, ginocchia sbucciate, sfide a calcio e in bicicletta con gli amici di quartiere? Erano quelle le vere sfide, le vere challenges!? Non serve neanche giudicare il mondo di oggi come troppo tecnologico, scusandolo per la sua corsa veloce verso un continuo progresso, un mondo connesso alla velocità’ della luce in cui cellulari e social fanno da padroni riempendo sopratutto le vite dei più giovani! Non è rimpiangendo un passato fatto di giochi, attività e sport fra ragazzi ritenuto diverso da quello attuale: il mondo cambia, si evolve, migliora sempre e di fronte a tragedie come questa bisogna sapersi fermare.
Serve ora fermarsi per riflettere, per capire, non giudicare. Commenti a posteriori sono vani: nessuno può riportare in vita quella bambina e nessun commento può colmare il vuoto nel cuore di quei genitori. Però si può evitare che succeda nuovamente, si possono evitare altre folli emulazioni. In questa brutta storia c’è tutta l’innocenza infantile che crede a tutto ciò che vede e sente se non si spiega a questi ragazzi come funziona il mondo, cosa sono le azioni davvero importanti, quelle per cui sarai ricordato in futuro. Non sei figo perché ti fai riprendere a fare una challenge sui social, non sei per questo più forte o migliore dei tuoi coetanei. Sei solo uno che se non ce la fa, sei un perdente, uno sfigato. E ti confondi nella nebbia come come ci sei arrivato.
Parliamo a cena con i nostri figli: facciamo in modo che si aprano con noi, cerchiamo di entrare nel loro buio, nei loro desideri, nei loro cellulari. Cerchiamo complicità affinché ci sia dialogo, perché tutto parte dal parlarsi e dalla comunicazione aperta e sincera. La famiglia e la società civile trovino il tempo e la voglia per non abbandonare questi adolescenti. Non basta chiudere un social o dare la caccia ai curatori delle challenges. La scuola la famiglia la parrocchia lo sport motivino i ragazzi a trovare sfide eccellenti e stimolanti e sappiano dialogare con loro. Con la viva speranza che tutti i nostri bambini tirino fuori il meglio di se’nelle vere sfide che la vita saprà loro regalare, auguriamoci si saper formare e crescere bene i futuri adulti di domani.
Elena Miotto
Mamma di Tommaso 10 anni
e Vittoria di 8