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20250604 VM Nero WolfeIn precedenti articoli ho riportato le mie impressioni su di alcuni personaggi investigativi proposti dalla televisione italiana, due su tutti, Il Commissario Ricciardi, (rif. 1) e, soprattutto, Il Commissario Maigret di Georges Simenon. Ed è da quest’ultimo che voglio partire per commentare le notevoli differenze rispetto a Nero Wolfe, opera nata  dalla penna dello statunitense Rex Stout (Noblesville, 1º dicembre 1886 – Danbury, 27 ottobre 1975). Premetto, non ho letto nulla di questo scrittore, così come, d’altronde, nulla avevo letto di George Simenon, ma andrò a esporre le mie impressioni comparando le serie televisive proposte della R.A.I.; ambedue risalenti all'epoca dei programmi in bianco e nero. 

Prezioso a tal scopo è stato youtube, che mi ha permesso di recuperare la serie dove protagonista fu Tino Buazzelli. (Il protagonista del romanzo francese in Bianco e Nero fu Gino Cervi di cui oggi non tratto). Nella mia recensioni su Maigret avevo ravvisato un’attenzione verso tutte le classi sociali, e il personaggio del Commissario parigino è il ritratto di una persona affabile, un uomo attento a chi gli sta attorno… Certo, c'è sempre da scoprire un assassino, ma nello sviluppo della trama, nello scorrere della pellicola, episodio dopo episodio, lo spettatore può farsi un idea di ciò che è la Francia (attenzione, non solo Parigi, il commissartio spazia su più aree e questo favorisce il tratteggio di tutto il paese). Si parla dei barboni, di nobili, delle ballerine, degli impiegati, di chi trasporta merci nei canali, di chi è ricco, di chi è povero e della media o piccola borghesia...  

Il Nero Wolfe proposto dalla R.A.I. con protagonista Tino Buazzelli, al contrario, è una persona decisamente antipatica, egoista, sprezzante verso tutto il resto del mondo, pur se anch’esso molto acuto. Anzi, osservando i vari episodi, e comparandoli, pare anche molto più razionale del suo collega transalpino. Da amante dei gialli godo nel scoprire come quest’uomo sedentario arrivi sempre a svelare chi è il colpevole, sbrigliando la matassa grazie al percorso logico/intellettuale, senza quasi alzarsi dalla sua poltrona. 

Il primo Commissario Maigret esce nel maggio del 1931 (Pietr-le-Letton) mentre il primo Nero Wolfe La traccia del serpente (Fer-de-Lance), è del 1934. Siamo quindi nello stesso periodo storico, ed è proprio per questo che mi permetto di scrivere le mie osservazioni: il periodo storico è comparabile, ma il protagonista tratteggiato dall’americano e quello dello scrittore franco belga sono assolutamente differenti. Non solo come personaggi (bene, perchè così si crea varietà per il pubblico), ma lo sono soprattutto per come descrivono il paesaggio “sociale”. Maigret scrivevo è attento a tutte le classi sociali, al contrario di ciò che viene dipinto da Rex Stout che narra solo dell’aristocrazia finanziaria, e non potrebbe essere altrimenti: gli onorari di Nero Wolfe sono cosa che solo le elitè possono permettersi. Per questo l’unico mondo esplorato da questa mente acuta (e riproposto al pubblico dalla R.A.I.) è quella dell’aristocrazia economica americana. Solo chi ha una montagna di soldi merita l’attenzione del “genio”, così come lo definisce il suo più stretto collaboratore dell'investigatore americano, il fido Archie Goodwin (che è interpretato da Paolo Ferrari nella serie televisiva che ho riscoperto). 

Non c’è spazio per le classi umili che appaiono quasi incidentalmente nella rappresentazione cinematografica, ma, si badi bene, non c’è spazio neppure per la media borghesia che, quando appare, è una sbiadita comparsa nella narrazione poliziesca. L’impiegato, il cameriere, questi stipendiati, (attenzione, parlo sempre di chi sta sopra la media, solo le eccellenze possono entrare nelle grandi aziende o possono essere al servizio di famiglie a cinque stelle) fungono comunque da misere comparse: il Nero Wolfe di Rex Stout si concentra solo su ciò che è elitè e, sia chiaro, essere elitè è un fatto di censo, non di origine. D’altra parte lo stesso Nero Wolfe ha una caratteristica che poteva risultare bizzarra per il pubblico dell’epoca, a lui non piace lavorare, fa il possibile per scansarsi dalla fatica fisica e, più in generale il lavoro è definito come un attività bestiale. Chi se lo può permettere deve godere delle bellezze della vita, una su tutte, il cibo, che “lo obbliga” ad assumere un maestro dell’arte culinaria, qual è il cuoco svizzero Fritz Brenner (interpretato nella serie oggetto della mia analisi, da Pupo De Luca).

Osservando i telefilm notiamo che anche godere della buona cucina è una cosa per pochi, la massa (la plebe) non ha la cultura per apprezzare (e per individuare) le raffinate differenze tra piatto e piatto, tra la realizzazione di una ricetta e l’altra. Anche la degustazione per antonomasia, quella del vino (e nel suo caso pure della birra) forse non a caso è interdetta a chi assiste dal basso a tutto questo lusso, a chi non ne è parte, a chi cerca di lavorare, ovvero ad Archie Goodwin che, infatti, si disseta solo bevendo latte. Quel che voglio dire è: i telefim di Nero Wolfe sono decisamente classisti.

Non a caso anche il commissario Maigret ama mangiare e bere, ma il suo godere della bellezza del cibo è quello di chi è parte del popolo; lo vediamo alzare i coperchi nelle pentole dove dove va ad espletare le sue indagini, rimanendo sempre affascinato da ciò che mangia la gente di tutti i giorni, e non lesina mai i complimenti a cuochi e personale di servizio, con cui si rapporta sempre amabilmente. Se prende del vino, può essere “un bianco secco”. I piatti narrati da Nero Wolfe sono impronunciabili, accompagnati da salse e salsine sconosciute a chi vi scrive, sempre proposte da altisonanti nomi francesi, ed è proprio questo a sancire quanto siano classisti i film di Nero Wolfe; a vivere in Francia non è lui, bensì il personaggio scritto da Georges Simenon

Voglio essere più esplicito: se mai si dovesse bere del vino negli episodi scritti da  Rex Stout, questo sarebbe sempre accompagnato dall'annata di vendemmia (esempio inventato: un Gewürztraminer o un Sauternes di Yquem); non sarà mai un volgare e anonimo “bianco secco”, come quello che in molti episodi ordina al bar il succitato commissario francese. E di cosa si può interessare chi si sente al di sopra dell’umanità? Della “bellezza” rif. 4 e 5, nello specifico di quella creata dai fiori. Ed ecco che noto una somiglianza tra Adelaide di Sant’Erasmo (protagonista della serie televisiva Il Paradiso delle Signore) e lo scorbutico investigatore newyorkese; ambedue si occupano personalmente dei loro fiori, (il proletariato ha altro cui pensare, da un lato, e non ha la sensibilità per occuparsi di tanta bellezza, dall'altro). Ciò non è sufficiente, e annoto che le banali rose di cui si interessa la contessa di Sant'Erasmo sono sostituite, nel caso di Nero Wolfe, da una pianta meno popolare e più esclusiva: l’orchidea

Il paragone tra Adelaide di Sant’erasmo e Nero Wolfe ci è d’aiuto per comprendere anche che, mentre la prima era parte di un’elitè sancita dal sangue, (l'origine è nobiliare) il secondo è parte di un’elitè determinata dal censo, lui si rapporta solo con persone che “se lo possono permettere”, ma queste si sono guadagnate le posizioni di rilievo nella scala sociale, non le hanno ereditate. Ritengo interessante la visione del mondo ed il personaggio di Nero Wolfe perchè agli inizi degli anni trenta del secolo scorso, ovvero quando in Europa l’Italia, la Germania su tutte, ricordo che in contemporaneo si stanno sviluppando fascismo e nazismo in quei territori, ma anche gli altri paesi erano impregnati su ideali di stampo coloniale dove è il concetto di razza (superiore) a stabilire chi è sopra e chi è sotto, questo scrittore americano afferma senza indugio, volendo sintetizzare: “è il denaro che fa la differenza”. 

Afferma anche qualcos’altro: il denaro, se non è cosa esclusiva dei nobili, significa che è attirato da chi ha le capacità (e l’intelletto) per procurarselo. Insomma, quelli che hanno una mente superiore alla media come Nero Wolfe possono ambire e aspirare a quel tenore di vita, gli altri, come il suo fidato segretario Archie Goodwin o il cuoco Fritz Brenner, possono solo essergli di supporto. Lo scrivo più chiaramente: in una società libera è il mercato che determina la classifica.

C’è un altro concetto che emerge dalla penna di Rex Stout, lo sberleffo per chi è rappresentante dello Stato, ovvero per i tutori della legge, nello specifico lIspettore Cramer (nella serie cui faccio riferimento è interpretato da Renzo Palmer) presentato come un buon uomo, ma che oltre a un certo limite non può spingersi. L’idea della macchina statale è quindi quella di una burocrazia formata da uomini mediocri, che, chi è di un intelletto superiore, ha il diritto di burlare e di “aggirare” quando se lo può permettere. I telefilm in bianco e nero proposti dalla R.A.I. stanno dipingendo il mondo in cui viviamo ora, quello dove si da per scontato che siano i privati “illuminati” a tirare le fila, si da per scontato che chi ha i soldi li abbia perchè ha qualità che la gente normale non possiede, e si dà per scontato che vi sia gente di serie A e gente di serie B. 

Uso, non a caso le parole di Mario Draghi per definire le due categorie: “...Ci sono i potenti, e ci sono i normali. I potenti sono quelli che contano, poi ci sono i normali per cui la realtà è così... superiore a loro!...". Rex Stout  anticipa questa visione del mondo, in un personaggio che pare inverosimile. A sorprendermi è che questi principi accettabili in una serie di telefilm polizieschi di pure fantasia, sono oggi alla base dell'Unione Europea, come ritengo aver sufficientemente illustrato nel mio articolo (rif. 6). Non a caso il postulato cui poggia l’Unione Europea è il “vincolo esterno”. Tutto il progetto si può riassumere così, la gente normale non ha la capacità per stabilire cos’è meglio per loro stessi (poveretti) e cos’è peggio per loro. Sono simili all’Ispettore Cramer, è gente che si impegna, magari rispetta pure le regole, ma per determinare gli eventi e per comprenderli, serve “altro”, serve gente di altra categoria. 

Mi trovo sorpreso nel constatare che questo personaggio romanzesco, nato forse per “smarcarsi” da altri investigatori quali potevano essere i protagonisti dei gialli di Agatha Christie, o il già citato Commissario Maigret, vive isolato, in una sorta di Hikikomori. Nero Wolfe ha un’intelligenza superiore alla media, ma vive una vita al limite della patologia, non esce mai di casa, non è inserito nella società. Non avesse un cuoco personale ed un appartamento in centro New York si potrebbe definire "uno sfigato". In verità questa situazione non è poi così differente da quella che vive Sherlock Holmes, anche se, nel caso del nostro protagonista, pare a me la cosa assai più marcata. Tutti i suoi clienti, se vogliono essere ascoltati, devono presentarsi al suo cospetto all’interno del suo studio, dove li accoglie seduto nella sua enorme poltrona. Sherlock Holmes anche vive momenti importanti di isolamento dove (nel suo caso) usa il violino che suona, ma se c’è da spostarsi, lo fa. 

L'intellettuale isolato non è un unicum, mi sovviene anche Marcel Proust che verso la fine della sua carriera, vuoi per la morte dei genitori, vuoi per proteggere la salute cagionevole, vivrà in una sorta di isolamento, ed in quello status che scriverà la sua famosa “Recherce” ciò non toglie che la vita descritta nei telefilm di Nero Wolfe pare molto simile al Hikikomori, se non fose per i due fidati inservienti che, alla fine, sono anche dei fedeli amici e sono forse la ragione che lo rendono simpatico al pubblico. La serie televisiva pare dirci: “Va bene la genialità, va bene la classe dei super ricchi, ma attenzione che questo si paga in socializzazione”, e mi interrogo se chi tira le fila sul mondo e ragiona “alla Mario Draghi” sia poi una persona socialmente sana o se sia un malato senza diagnosi.

Dopo aver spiegato che cosa mi ha sorpreso di Nero Wolfe devo rilevare un ulteriore differenza rispetto al suo quasi coetaneo Commisario Maigret, nei romanzi di George Simenon la sessualità compare spesso, è ben descitta e presentata in variegate forme, mentre, al contrario, Nero Wolfe può aver studiato sul gentil sesso nei migliori testi delle migliori biblioteche, ma tutto ciò che “di pratico” esiste, non lo coinvolge mai in prima persona, è il play boy Archie Goodwin a frequentare le ragazze (naturalmente belle) sulle quali molto poco viene approfondito e nulla viene dettagliato. A tal riguardo devo annotare che esiste una serie televisiva di Nero Wolfe più recente, sempre proposta dalla R.A.I, dove il ruolo di protagonista è interpretato da Francesco Pannofino e dove il suo braccio destro Archie Goodwin è interpretato da Pietro Sermonti che ha un coinvolgimento sentimentale verso la giornalista Rosa Petrini interpretata da Giulia Bevilacqua. Pur se la traccia poliziesca è simile, la psicologia dei personaggi è molto differente e, personalmente, la serie in bianco e nero con Tino Buazzelli la reputo molto più interessante, anche per le atmosfere musicali che l’accompagna, assai singolari e per certi aspetti, uniche.

Mi sono permesso di forzare sulle differenze sociali tra i due investigatori più importanti della R.A.I. del bianco e nero perchè, se il personaggio di Rex Stout all’epoca poteva sembrare una creazione letteraria nata per creare un personaggio, oggi quel mondo pare essere “il mondo” che viene narrato dai principali media, mentre il popolo che è poi la gente che lavora, che produce e che vota, pare, come nel romanzo di cui ho trattato, solo comparse di nullo valore. Esiste l’isola dei famosi dove si vuol sapere tutto di persone famose, mentre che cosa accade al tuo vicino di casa è di disturbo se ce lo vengono a dire. La vita dei “poveracci” non è più degna di narrazione, e solo ciò che accade “ai ricchi”, a chi è parte dell'elite, è degna di risalto, mentre il popolo serve solo (e aggiungerei poco) quando c’è da votare a qualche elezione. Analisi sociale a parte, rivedere le puntate di questo investigatore (Wolfe) mi piace, e l’incedere burbero magnificamente interpretato da Tino Buazzelli ben si assembla agli altri personaggi. Lo svilupparsi dei fatti intricati risulta avvincente, pur se perfettamente inseriti in ciò che oggi si può chiamare “politically correct".

Mirco Venzo, Treviso 03/06/2025 #qzone.it

rif. 1 https://www.qzone.it/index.php/q-movies/746-il-commissario-ricciardi-il-mio-parere
rif. 2 https://www.qzone.it/index.php/q-movies/650-i-telefilm-del-commissario-maigret
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Rex_Stout
rif. 4 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/662-la-bellezza-per-galimberti
rif. 5 https://www.qzone.it/index.php/q-arts/511-l-arte-per-marcel-proust
rif. 6 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/1062-i-padri-italiani-veri-dell-unione-europea

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