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20220201 EM HuskyE’ il primo giorno di gennaio. Arriviamo in autobus alle 10 di mattina al campo base. Circa una decina di chilometri a nord di Rovaniemi. Il display del termometro all’interno dell’autobus indica -15 gradi centigradi. Fuori è ancora buio, l’alba compare dopo le 11 durante questo periodo dell’anno. Non siamo in molti nell’autobus, qualche coppia e qualche famiglia con figli come noi. Si sente parlare sottovoce in varie lingue, russo, tedesco, francese, e qualche altra lingua che non riconosco. Sembra che nessuno voglia disturbare e che tutti aspettino il momento di scendere e vedere meglio questo posto sconosciuto che ci attende.


L’autista percorre gli ultimi metri lungo uno stretto percorso completamente innevato come tutto il resto, le ruote stridono sulla neve mentre l’autobus compie qualche manovra per parcheggiare. Si ferma. L’uomo alla guida non fa alcun cenno ma capiamo che siamo giunti a destinazione, ci rimettiamo i giubbotti, i passamontagna, i guanti e tutta l’attrezzatura che l’organizzazione ci ha prestato per proteggerci dalla bassa temperatura.
Scendiamo dall’autobus.


Il silenzio e il bianco della neve ci circondano. Nonostante sia ancora buio, il bianco delle neve è molto visibile e predominante. La neve copre ogni cosa. I rami delle betulle sono innevati a tal punto da essere piegati a formare grandi archi. Perfino i tronchi stessi degli alberi sono innevati. Il terreno è ricoperto completamente dalla neve e non si capisce quanto spessa sia la coltre. Sembra un manto soffice ma al contempo cristallizzato, rigido, senza nessun segno di impronte, inviolato dall’uomo. Poco oltre le betulle bianche che ci circondano si intravede una ampia distesa, un lago ghiacciato completamente ricoperto di neve ci spiegheranno in seguito. L’ampio spazio circondato dalla foresta imbiancata rende ancora più solenne questo panorama immacolato e ci fa sentire come piccoli ospiti che hanno immeritatamente ricevuto il privilegio di assistere allo spettacolo della natura e che per tale motivo devono portare il rispetto dovuto. Tutto intorno è avvolto dal silenzio e sembra fermo nel tempo. Nessuno parla, tutti ammirano. 

Qualche minuto, ed inizia a farsi sentire inarrestabile il freddo sulle poche parti del viso che restano scoperte e sulle dita dell’unica mano estratta dal guanto per fare le foto col telefono. Le dita in particolare danno quella sensazione di bruciore gelido a partire dall’estremità a cui poi si aggiunge la perdita di sensibilità. Non si resiste, bisogna rimettere i guanti molto velocemente. Da dietro l’autobus compare una figura, dal passo spedito e dall’abbigliamento tecnico si capisce che è la guida che viene ad accoglierci. Si avvicina con passo deciso e veloce al nostro gruppo. Nonostante sia completamente coperta tranne una parte del volto, si capisce che si tratta di una giovane ragazza probabilmente di circa 25 anni. Un ciuffo biondo di capelli esce da un lato del berretto. Ha occhi grandi, azzurri, dal taglio affilato. La pelle del viso che sarebbe naturalmente molto chiara, é arrossata da freddo. Ci saluta senza particolari cerimonie. Si chiama Inge. Ci chiede chi siamo e sembra unicamente interessata a contarci e verificare se siamo tutti presenti come da programma. Non passano molti istanti e si rivolge ad una persona del gruppo. -Perchè non hai la sovratuta? - chiede diretta in un inglese elementare per essere semplice da comprendere.

20220201 EM Husky 2Nel gruppo un ragazzo sottovoce, rivolto ad una giovane ragazza, traduce in italiano la domanda appena fatta da Inge. La giovane ragazza italiana, probabilmente tra i quindici e i sedici anni di età, si gira immediatamente verso il padre, che le stava a fianco, reclamando la sua decisione di non coprirsi con la sovratuta con la tipica ingenua stupidità data dalla giovane età. Il padre non risponde. Il traduttore, che capiamo essere il fratello maggiore della giovane ragazza, non replica nulla. Inge, sembra non aver bisogno della traduzione per capire quanto detto dalla ragazza e subito aggiunge sempre in un inglese elementare e diretto:

- Non preoccuparti del look per le foto ma solo di restare al caldo.

- La giovane ragazza senza aspettare la traduzione del fratello, ricomincia immediatamente a lamentarsi col padre. Ribadisce la sua scelta di restare con gli abiti che ha e di non mettere niente altro sopra. Inge sembra capire dal tono della conversazione e dalle espressioni della ragazza e senza aspettare traduzioni replica con poche parole e con tono seccato:

- Se ti porto così, quando saremo laggiù piangerai dal freddo. Se non ti copri non ti porto.

- E così si gira e si allontana senza aspettare la replica della giovane ragazza che all’opposto, dopo aver sentito la traduzione delle parole di Inge dal fratello ricomincia a lamentarsi rivolta sia al padre che al fratello reclamando il diritto a decidere per se stessa.

La giovane età induce a prendere decisioni talvolta avventate e tende a sopravvalutare la forma tralasciando la sostanza. Pensando di renderci utili, spieghiamo alla giovane ed al padre che il giorno prima avevamo fatto una escursione con le motoslitte e se non avessimo avuto la sovratuta non saremmo resistiti al freddo. Il padre sembra capire e cerca molto delicatamente di convincere la figlia che invece oppone resistenza. Solo dopo diversi minuti, non per convincimento ma costretta dalla presenza del resto del gruppo e sentendosi senza possibilità di scelta, cede malvolentieri e col padre va a farsi consegnare la sovratuta da mettere. Inge ritorna dal gruppo, con una veloce occhiata controlla tutti i presenti e ci indica di seguirla. 

Ha un passo deciso e veloce. Percorriamo alcuni passi sulla neve dietro di lei. Raggiungiamo una slitta di legno. Si tratta di una slitta semplice ed essenziale. La struttura è costituita da profili di legno di sezione rettangolare collegati tra loro tramite giunzioni metalliche. Il fondo della slitta è una sottile lamiera di metallo. Una pedana dietro alla slitta permette al conduttore della slitta di stare in piedi e di poter gestire il freno che è un profilo di metallo da spingere coi piedi verso il suolo al fine di creare sufficiente attrito sulla neve per fermare la slitta in caso di bisogno. Lunghi cavi sono collegati frontalmente per collegare i cani. Inge ci spiega le regole da seguire per salire e condurre la slitta. Si tratta di alcune regole di base semplici ma non troppo per dei principianti che non hanno mai visto una slitta trainata da cani. L’equipaggio di 4 persone viene suddiviso in modo che ci sia un conduttore della slitta ed altri 3 membri che si siedono all’interno della slitta. Non bisogna sporgere mani o piedi all’esterno. Bisogna rimanere seduti. Il conduttore deve per lo più stare attento a mantenere la distanza dagli altri gruppi e frenare o fermare la slitta all’occorrenza o al segnale del leader. 

Non c’erano i cani ma si sentiva abbaiare in lontananza. Inge chiede più volte se è tutto chiaro, sempre col suo inglese volutamente elementare e molto diretto. Il gruppo annuisce. Ci si guarda l’uno con l’altro per qualche cenno di solidarietà in quella che a tutti sembra una grande impresa da fare. Seguiamo nuovamente Inge che gira verso destra dietro un fitto gruppo di alberi. Ci appaiono a questo punto le slitte incolonnate con le mute di cani già pronti ad attenderci. L’attenzione di tutti e attirata subito dai cani che sono impazienti di muoversi ma essendo legati in formazione stanno al loro posto e abbaiano. Sono cani di taglia media, più piccoli e magri di quello che ci si aspetta. Hanno un mantello folto di varie colorazioni, ci sono quelli completamente bianchi, quelli sui toni di grigio, quelli neri, quelli con vari toni di marrone. Inge ci spiega che sono degli Alaskan malamute, sono robusti e forti, i migliori cani per trainare le slitte. Tutti cercano di accarezzarli e di scattare foto con loro. Inge risponde alle domande dei partecipanti, sembra indifferente, forse annoiata di rispondere sempre alle solite curiosità un po’ scontate. 

- Non capisco - dice lei comminandomi a fianco - perché la gente dia importanza al colore del cane e voglia sempre fare le foto con gli esemplari bianchi. I cani non si valutano per il colore ma per altre caratteristiche - Penso subito che la frase che Inge ha appena pronunciato con estrema semplicità potrebbe essere la sintesi di una regola applicabile anche a molte questioni relative agli esseri umani. - Vedete questa - ci spiega - è una femmina di un anno e mezzo, è già una leader del gruppo. Riesce a comprendere bene i comandi e riesce a trasferirli agli altri componenti della muta. Ed è coraggiosa, caratteristica fondamentale per un leader. Solo è molto vivace e se non la controlliamo bene salta anche fuori dal recinto. - Continuando a camminare ci mostra gli altri componenti della muta spiegando come si posizionano i cani più forti e quelli più giovani. In tutto la slitta è trainata da 6 cani. Sono disposti su 3 file a coppie di 2. Siamo finalmente a bordo della nostra slitta. Abbiamo ripetuto le istruzioni ancora una volta. Siamo pronti per partire. La nostra slitta è la terza della fila. Appena la prima slitta parte, i cani sembrano impazzire. Il loro sguardo é rivolto dritto verso la prima slitta appena partita, abbaiano esaltati, i muscoli sono tesi, iniziano a tirare. Siamo ancora legati, le funi che li legano tirano, aspettiamo il nostro turno per partire. 

Quando siamo ancora legati, mi domando come possano sei cani di medie dimensioni trainare quattro persone oltre alla slitta stessa. Mi sembra un’ardua impresa considerando per di più le condizioni ambientali proibitive come correre sulla neve e sul ghiaccio con 15 gradi sotto zero. Mentre penso a questo è giunto il momento. L’operatore slega con un gesto rapido la slitta che era legata. I cani, che tenevano già in trazione la fune che collega la slitta, danno uno strattone. Si parte. La spinta iniziale è sensibile. I cani arrivano subito ad una certa velocità, corrono sincronizzati, condividono lo sforzo senza dubbi come se avessero un obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Un notevole e naturale esempio di lavoro di squadra. L’alba è arrivata, la luce comincia ad illuminare le punte degli alberi, tutto schiarisce. Il bianco diventa ancora più bianco e comincia a splendere raggiunto dalla luce. Non si tratta dei raggi solari diretti in quanto non si vede il sole, ma dal bagliore della luce che tuttavia, riflessa dalla neve, è sufficiente a rendere tutto chiaro. 

I cani continuano a correre instancabili, ci portano lungo il lago ghiacciato affiancando la foresta di betulle ricoperta dalla neve. Ci siamo solo noi coi i nostri cani. C’è la luce che si riflette sulla tantissima neve che ci circonda e che avvolge uno spazio sconfinato incorniciato dalla foresta. C’è un solenne silenzio che ci ricorda che i rumori degli uomini non possono arrivare fino a qui. Ed il freddo sembra rendere tutto fermo nel tempo in una istantanea che ci accomuna per un momento alla stessa vita che facevano migliaia di anni prima di noi. Un’istantanea che si ritrova ai margini di questo nord del mondo e ci ricorda che di fronte alla meraviglia della natura l’uomo è immutato nei secoli. Ritorniamo al campo base coi la slitta trainata dai cani, preoccupati che non siano troppo stanchi ma Inge ci rassicura dicendoci che potrebbero correre anche per 30 chilometri senza fermarsi. Mentre li slega dalle funi che li tengono alla slitta e li riporta nei rispettivi recinti, le chiedo cosa fa durante l’anno quando non è qui. Scopro che alleva i cani in una fattoria a nord di questo campo, ne ha attualmente una decina. Li alleva e allena durante l’estate per poi portarli a lavorare d’inverno con i turisti che vogliono provare le slitte trainate. Mentre parla, Inge sta sempre lavorando: che sia legando i cani, spostando le slitte o spalando la neve, è raramente ferma. Forse come ha detto Uwe, un pescatore norvegese con cui siamo stati a pescare nel lago ghiacciato il giorno prima, muoversi é il modo migliore per non avere freddo. Ma sicuramente Inge conosce meglio di chiunque altro come non avere freddo.

Con Uwe siamo stati a fare ice fishing, la pesca nel lago ghiacciato. Si trivella il ghiaccio con un arnese in ferro, una sorta di gigante cavatappi con due lame sulla punta che servono per praticare un foro di circa 20 centimetri di diametro. Bisogna scavare nel ghiaccio per cinquanta, sessanta centimetri di profondità per arrivare all’acqua. Poi si fa scendere l’amo con l’esca e si attende che qualche piccolo pesce di lago abbocchi. Non abbiamo pescato nulla, ma il fatto di essere riusciti a scavare il ghiaccio, a calare l’amo con l’esca e avere aspettato per un po’ vicino al fuoco opportunamente acceso dalle mani esperte di Uwe che ha posizionato i pezzi di legno e corteccia sopra al ghiaccio ed ha acceso il fuoco, é stato sufficiente a farci sentire almeno per quei minuti, degli esperti di sopravvivenza. Dopo aver parlato con Inge, rientriamo nella cota, la tipica capanna di legno finlandese, per bere il the caldo al mirtillo, incrocio la giovane ragazza italiana con la sovratuta. Non ci scambiamo nessun cenno ma vedo che è rientrata dal giro in slitta coi cani senza particolari segni di ibernazione. Forse si è pure divertita e forse ha anche scoperto che nessuno faceva particolare caso al suo modo di vestire o che nelle foto era più importante l’ambiente circostante rispetto a lei. Che buono quel the finalmente in un luogo caldo: come si apprezzano le piccole cose a volte!

Elena Miotto

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