Che differenza c’è tra liberismo, neoliberismo e ordoliberismo? La studiosa Cristina Re, con il suo articolo Il falso liberismo dell’ordoliberismo, mi è di prezioso aiuto per dipanare la matassa. (rif. 1). “In Occidente, dalla Seconda guerra mondiale e fino agli anni Settanta del secolo scorso, l’ideologia che ha vinto la battaglia all’interno della società civile diventando egemone è stata quella keynesiana. Dagli anni ’80 in poi è invece avvenuto un netto cambiamento con l’affermazione della egemonia neoliberista”. Val la pena riassumere per chi è digiuno del tema alcuni concetti: il liberismo, radica la sua idea nei pensieri di Adam Smith, David Ricardo i quali, assieme ad altri pensatori, (siamo alla fine del 1700 ed agli inizi del 1800) affermano sostanzialmente che il libero mercato (e del mercato ne parlo in quest’articolo - rif 2)
a condizione lo Stato eviti il più possibile di interferire, troverà un equilibrio ottimale. Le forze della “mano invisibile” riescono sempre, (dopo un certo periodo di tempo) a trovare spontaneamente la miglior disposizione, o se preferite allocazione, dei fattori produttivi, ottimizzando il benessere di tutti e favorendo conseguentemente anche la piena occupazione. “Stato non rompere le palle: il mercato sa come ottimizzare produzione, energie lavorative rendendo prospero il Paese. Le forze “naturali” presenti in economia, se non vengono intralciate spingeranno nell'interesse di tutti!”. Questo è un riassunto del loro pensiero.
Karl Marx criticherà questo assunto, e da questa sua critica svilupperà un idea di mondo che prenderà piede agli inizi del 1900 soprattutto nell’est del mondo, (Unione Sovietica, e Cina per citare due degli attuali protagonisti mondiali): questo pensiero ha un nome preciso: comunismo. Non è quella di Marx la sola critica, in occidente anni dopo, vi sarà un pensatore, John Maynard Keynes che senza demolire del tutto l'impostazione liberista (a Keynes il mercato piace) sosterrà (sempre in una mia sintesi sbrigativa): “Affermare che il libero mercato sa autoregolarsi da solo, favorendo l’impiego di tutti i fattori produttivi (e quindi non creando disoccupazione) è un’emerita cazzata, come ci sta ad insegnare la crisi del ‘29”. Il mercato va bene, ma quando questo meccanismo si inceppa è lo Stato che deve intervenire per far ripartire un processo sociale ed economico che si è impantanato". Partendo da questo assunto antitetico a quello liberista creato dai suoi concittadini britannici, (Smith e Ricardo) Keynes affermerà che lo Stato è protagonista ed è l'attore principale per correggere le distorsioni che il libero mercato può creare. In sisntesi abbiamo quindi chi sostiene che lo Stato non deve intervenire (i liberisti), chi sostiene che lo Stato deva occuparsi di tutto (i comunisti) e chi sostiene che lo Stato deve correggere il mercato quando questo si impantana, usando strumenti di politica monetaria e politica fiscale, sono questi i keynesiani.
Il predominio economico del mondo occidentale e il benessere che abbiamo vissuto anche in Italia nasce da queste ultime idee, esplicitate nella Costituzione scritta seguendo i dettami di Federico Caffè; ecco il postulato chiaro -“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. (art. 3) Aggiungendo nell’articolo 36: “... ogni lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa…”
Nell'Italia reppublicana della prima repubblica ok al libero mercato lasciato alle forze della mano invisibile, ma lo Stato era lì per rimuovere gli ostacoli, favorendo il lavoro (ovvero impedendo, per quanto possibile, che si creasse disoccupazione, non solo, ma i lavoratori ricevevano un salario che permettesse loro di vivere dignitosamente). Nell’occidente che ha seguito i dettami keynesiani si è visto un diffuso benessere tra i cittadini, (tra essi non ultimi i lavoratori), ma, oltre a redditi decorosi anche per le classi meno abbienti, sono sorte scuole, ospedali, strade a beneficio di chiunque e si è realizzato il cosiddetto Welfare State. Dal web: “Il "welfare state", o "stato del benessere", è un sistema politico ed economico in cui lo Stato si assume la responsabilità di garantire il benessere e la sicurezza economica dei cittadini”.
Ridiamo la parola a Cristina Re: “...Il momento fondativo del neoliberismo è collocabile al convegno Walter Lippmann tenutosi a Parigi, nel 1938 e in cui parteciparono, tra gli altri, von Hayek, Röpke e von Rüstow (fonte Dardot e Laval, 2013). Al convegno per la prima volta venne usato il termine “neoliberismo” (Davies, 2014) e questo rappresenta di fatto il primo tentativo di creazione di una vera e propria “Internazionale neoliberista”. Nove anni dopo, nel 1947, Hayek fondò la Mont Pelérin Society con l’obiettivo di darne seguito con un think tank che riunisse tutti gli intellettuali neoliberisti del mondo.
La nuova associazione diventerà il baluardo del neoliberismo agendo nell’accademia, nei media e nel business allo scopo di inserire membri e simpatizzanti in ruoli chiave, sia politici che economici, e divenendo famosa grazie anche agli otto premi Nobel assegnati ai suoi membri (tra i quali Milton Friedman e lo stesso Hayek) (fonte Miroski e Plehwe, 2009). La volontà di incidere soprattutto sul cambiamento di lungo periodo ha portato i neoliberisti a combinare produzioni di élite con scritture popolari, analisi teoriche con semplificazioni populiste, produzioni di libri di testo e creazioni di diversi istituti e organismi internazionali, come l’Institute of Economic Affairs (IEA) e il Forum economico mondiale che si svolge ogni anno a Davos in Svizzera (Dardot e Laval, 2013)”.
Banalmente, per come l’ho intesa io, le idee keynesiane, favorite anche dalla paura del pericolo comunista che operava dall’altra parte “del muro” ha tenuto in scacco matto i grandi capitalisti occidentali, che però hanno preparato un attacco ideologico: l'idea dello Stato che rompe le loro uova nel paniere doveva trovare un rimedio, e nascono dei think tank. Le idee di questa rivoluzione ideologica silenziosa si diffondono senza ritegno una volta crollato il muro di Berlino: il pericolo comunista è stato debellato con la caduta dell'Unione Sovietica e Keynes (e le sue idee) deve essere presente solo nei libri di storia. Lo stato che tutela il 99% della popolazione e garantisce il “Welfare State”, penalizzando nel contempo gli interessi (ovvero i guadagni) del 1 % della popolazione, (i grandi capitalisti), deve essere modificato. A questo punta tutto il movimento neoliberale nato, riprendendo le informazioni della Cristina Re nel "convegno Walter Lippmann tenutosi a Parigi, nel 1938".
Molto interessante è il seguito di ciò che scrive Cristina: “All’interno dell’internazionale neoliberista si devono tuttavia distinguere due tendenze: quella Neo-austriaca di Hayek e von Mises e quella tedesca dell’Ordoliberismo. Comunque, secondo il pensiero dello storico e filosofo Mirowski (2009), dal punto di vista della storia della scienza economica l’ideologia ordoliberista e quella neo-austriaca possono essere entrambe assegnate a ciò che egli ha chiamato un unico “pensiero collettivo neoliberista”.
Cristina dice che ci sono due visioni liberiste, quella neoliberale in senso stretto, la quale fa riferimento a von Hayek e segue le idee del pensatore austriaco (dando seguito al pensiero dei Smith e dei Ricardo senza sostanziali modifiche: Stato piccolo o, meglio, quasi inesistente). C'è però anche una matrice tedesca: l’ordoliberismo. Stiamo entrando nel vivo per comprendere la differenza tra i due pensieri "neoliberali". “La caratteristica principale dell’ideologia ordoliberista è quella di essere una proposta sociale, politica ed economica che si presenta come una terza via tra il liberismo e l’economia pianificata e può essere definita paradossalmente come un neoliberismo stato-centrico (Bonefeld, 2012) [...] Non si tratta della teorizzazione di un ritorno al dogma del laissez-faire, ma di una organizzazione economica in cui si costruisce giuridicamente uno Stato di diritto e un ordine di mercato, la c.d. “economia sociale di mercato” in cui il termine “sociale” rimanda ad una forma di società fondata sulla concorrenza come modalità di legame tra gli attori economici. La concorrenza però non è considerata un fatto naturale, ma come una creazione contingente del legislatore. È quindi in questa prospettiva che viene ripensato il ruolo dello Stato: una politica attiva, tesa alla creazione cosciente di un ordine legale all’interno del quale l’iniziativa privata può dispiegarsi liberamente, purché sottomessa alle leggi della concorrenza. ”
Sintesi e chiudo: l'ordoliberalismo di matrice tedesca, (Walter Eucken, Wilhelm Röpke e Alexander Rüstow sono tra i loro pensatori principali) non ritengono inutile lo Stato, come sostengono i loro coetanei austriaci (e come sostenevano gli inglesi Smith e Ricardo nel 1800). Gli ordoliberisti non vogliono uno Stato "piccolo" ed ininfluente, seguendo le idee di von Hayek e Fridman, al contrario vogliono uno Stato forte che favorisca e stimoli il principio della libera concorrenza che da solo non si sviluppa facilmente. Gli ordoliberisti vogliono indurre grazie allo Stato una feroce concorrenza che, sostengono, senza un "incentivo esterno" (generato dallo Stato, dal legislatore ci dice Cristina Re) da solo magari non prospera. Questa posizione, nei fatti è molto simile a quella proposta da Keynes, ma le finalità sono ribaltate. Keynes voleva uno Stato forte che si occupasse degli ultimi e che realizzasse il Welfare State, mentre qui si punta alla concorrenza, a mettere gli uni contro gli altri forse riprendendo una visione darwiniana distorta. resta la mia considerazione che l’Unione Europea è improntata su valori teutonici, ed è altrettanto innegabile che questo aborto politco sia invasivo nella vita di tutti gli Europei (Stato forte, appunto). A più riprese abbiamo sentito che la concorrenza va "stimolata", è un mantra che ci viene ripetuto da quando abbiamo aderito all'Unione Europea, spesso contradicendo i principi delle costituzioni nazionali. Chi avesse dei dubbi veda il caso greco. La U.E. però non asseconda i postulati di von Hayek (e dei liberisti classici, quelli di uno “stato piccolo”) ma esige e si presenta come uno Stato forte che stimola la competitività. Possiamo girarla come vogliamo, ma la U.E. si fonda sui principi ordoliberisti di matrice tedesca!
Cristina Re mi ha chiarito finalmente la differenza sostanziale tra le due filosofie operanti dentro il mondo neoliberale, ma soprattutto ci ha spiegato come si sono imposte marginalizzando sino a far sparire del tutto il pensiero di Keynes, quello che ha reso l’occidente "benestante", ovvero grazie a Think Tank che hanno modificato l’opinione generale dentro le istituzioni (università) e nella testa dei cittadini. Io stesso (che l’economia l’ho studiata) non fosse per quanto letto a penna di Cristina, non sapevo la fondamentale differenza tra le due posizioni che regnano nel mondo “liberista”. La sintesi è presto detta: in Europa non c’è più il comunismo, non c’è più il liberismo, non c’è più la filosofia keynesiana, (Russia a parte). L’Unione Europea porta avanti le tesi ordoliberiste, con uno Stato che impone i suoi valori (lo scontro tra cittadini, ovvero la competitività) convinto siano giusti, anche se questi significano fame e morte, ridimensionamento dei diritti acquisiti e del benessere generale. Non è casuale il fatto che tali principi sono di beneficio per l’1 per cento della popolazione, mentre danneggia il restante 99%.
Mirco Venzo, 08/06/2025 #qzone.it
Meritano ascolto anche questi due video della fonte del mio articolo:
https://www.youtube.com/watch?v=DpUgM4fujiA (video di Idee Sottosopra)
https://www.youtube.com/watch?v=ekcLUy0vW7E (video de Rete dei Comunisti)
rif. 1 https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/il-falso-liberismo-dellordoliberismo/
rif. 2 https://www.qzone.it/index.php/36-q-economy/876-il-mercato-in-economia
