Alla 75° edizione del Festival internazionale d’arte cinematografica di Venezia è stato presentato El Pepe, una vita suprema, documentario del regista serbo Emir Kusturica (palma d’oro a Cannes nel 1995 con Undergound) su José “Pepe” Mujica, ex premier dell’Uruguay in carica dal 2010 al 2015.
Negli ultimi anni, Mujica è diventato molto famoso anche nel nostro Paese per essere stato un presidente atipico, iconoclasta, che ha devoluto il 70% dello stipendio ai poveri e non ha mai abbandonato la sua amata fattoria. In conferenza stampa, Kusturica racconta che si è recato da Mujica nell’ultimo mese del suo mandato: “L’ho trovato su un trattore. Ho pensato: questo è il mio uomo, devo fare un film su di lui”. Mujica ha sempre preferito il possesso di pochi beni essenziali di fronte al feticismo delle merci che crediamo di possedere, ma che alla fine ci posseggono. Ma guai a chi gli dice che è povero, perché lui ha tutto ciò che gli serve:una casa, ciò di cui mangiare ed un maggiolino Volkswagen del ‘68 per andare in giro. E il tempo, quello che serve per vivere la vita e non trovarsi pieni di rimpianti dopo un’esistenza di stress. “Ogni mattina quando mi alzo mi lavo, mi rado e mi metto questa giacca, che è la stessa con cui ho cominciato la presidenza. L’ho portata in tintoria ed è tornata come nuova”, dice nel documentario. La controllo: è la stessa che si è portato a Venezia e la stessa è la camicia, quella a righe azzurre e bianche come la bandiera dell’Uruguay. Ciò che ha reso Mujica così amato in tutto il mondo è la coerenza tra parole e condotta di vita, dote anomala per un politico: “Un presidente è stato votato dalla maggioranza, quindi il suo stile di vita deve riflettere quello della moltitudine, non quello dei pochi”, afferma ancora nel documentario.
A dire il vero di film su Mujica in questa edizione del festival ne è stato presentato anche un altro, Una notte lunga 12 anni dell’uruguaiano Alvaro Brechner, che parla dei dodici anni di prigionia scontati da Mujica e due altri militanti del gruppo guerrigliero dei Tupamaros, Mauricio Rosencorf e Euleterio “El Ñato” Fernandez, sotto la dittatura militare degli anni 70.Gli anni dei desaparecidos,quelli della “Guerra sporca” che coinvolse tutto il “Cono Sur” e con l’Uruguay anche l’Argentina, il Cile, la Bolivia. I Tupamaros inventarono praticamente la guerriglia urbana, spostando quella teorizzata a Cuba dalle foreste alle città ed effettuando espropri e rapine alle banche per auto finanziarsi. Trascorsa molta acqua sotto i ponti, oggi Kusturica chiede a Mujica e a Rosencorf di quelle rapine. Questi ammettono i loro atti di delinquenza, non c’è altro modo in cui chiamarli, ma citano un personaggio di Bertolt Brecht: “Vostro Onore, che cos’è la rapina di una banca di fronte alla fondazione di una banca?”. Per Mujica e i suoi compagni furono dodici anni di isolamento, malnutrizione e percosse quotidiane, da un carcere all’altro: “turismo carcerario”, lo chiamavano. Uno di quei carceri era una cisterna in cemento per lo stoccaggio del grano, e lì Mujica ha raccontato di essere diventato matto: parlava con gli insetti, unici esseri viventi con cui aveva contatto, e credeva che il governo gli avesse installato un’antenna nel cervello per monitorargli i pensieri. Verso la fine della pena, il miglioramento delle condizioni carcerarie ha fatto sì che gli dessero qualcosa da leggere: geografia, agronomia, zootecnia; lì è nato il Mujica che è diventato prima Ministro dell’Allevamento e poi un Premier con una continua attenzione al sostenibile. “Se non fossi stato in prigione oggi sarei più superficiale, più vanesio, più arrogante. Ascoltami, Kusturica, lo si capisce da vecchi ma spesso ciò che è male è bene e ciò che crediamo sia per noi un bene, è male”, dice nel documentario.
In conferenza stampa c’è chi cerca risposte, e tutti guardano a Mujica come a qualcuno che possa darle, in un’epoca di smarrimento. “Pepe, ci aiuti a capire” è la formula usata. “Dicono che Dio fosse molto potente, ma per fare il mondo gli ci sono voluti sei giorni ed il settimo si è anche dovuto riposare. Io sono solo un uomo ed è difficile che possa dare delle soluzioni”, risponde lui nello stile lapidario che l’ha reso famoso.Gli chiedono della condizione delle donne, ma lui più che a quella delle donne ha caro quella delle classi sociali. Donne povere quindi, abbandonate con a carico tre o quattro bambini, di cui è pieno il Sudamerica. Quelle per cui ha fatto costruire delle case. Pepe rivendica con forza il fatto che durante la sua presidenza ha portato il tasso di povertà dal 25% all’8% e quello di indigenza dal 5% allo 0,5%. Poi nei suoi discorsi va oltre, trascende le domande, trova collegamenti dove i collegamenti sembrano non esserci. Se Che Guevara pensava in termini continentali, credendo in un unico popolo di lingua castigliana e razza meticcia che va dal Messico alla Patagonia, Mujica pensa in termini globali: gli chiedono cosa ne pensi del socialismo in Europa e finisce a parlare dell’Africa, di come tutti i paesi siano responsabili degli errori commessi lì e di come tutti debbano partecipare alla soluzione, perché siamo tutti su un’unica grande barca. Gli chiedono dell’immigrazione, e lui dice che bisognerebbe approfittare dello scioglimento dei ghiacci in Alaska per costruire un fiume che porti acqua nel nord del Messico.
Gli chiedono del Venezuela, e lui dice di credere nell’autodeterminazione dei popoli, perché l’ingerenza di altri paesi è stata la rovina di tanta parte del Sudamerica: chiaro riferimento agli Stati Uniti, complici anche della dittatura in Uruguay degli anni 70. Purtroppo, nessuno gli chiede: “Pepe, lei ha sempre predicatola povertà e la semplicità, e approda oggi in un festival che è la capitale dello sfarzo e dell'ostentazione. Cosa ne pensa?”. A Pepe questa domanda nessuno l’ha fatta, ma lui comincia la conferenza stampa dicendo: ”Io non sono un uomo di cinema, né una stella, e se sono qui è solo per rispetto nei confronti del mio amico Kusturica”. Pepe durante gli applausi dopo la prima in Sala Grande risponde con un rapido saluto, poi con il suo fare da vecchietto un po’ goffo che fa tenerezza fa cenno che è meglio andarsene in fretta. Pepe, in qualche modo, la sua risposta l’ha data.
Matteo Busato, 05/09/2018 #qzone