Il testimone di ieri era croato, e all’origine di tutto ciò, sosteneva, v’era un dato storico. La Jugoslavia, all’epoca, era la terza potenza militare al mondo. Non avevo dato importanza all’informazione, confesso la ritenevo fasulla. Non mi risultava che quel Paese fosse dotato di bomba atomica, come lo erano Cina, Israele, Francia e altri… Senonché, incuriosito da questi temi, mi ritrovo a dialogare del conflitto con un secondo ragazzo nato nel novanta, quando il suo esercito, a detta del testimone di ieri, invadeva il resto della nazione creata dal generale Tito.
Il secondo narratore, di nazionalità serba, incalzato dalle mie domande partiva, guarda caso, da quella apparentemente insignificante affermazione: la Jugoslavia era la terza potenza militare al mondo. Quale fosse il parametro di giudizio con cui i nostri vicini di casa valutassero il loro arsenale non sta a me giustificarlo al lettore, ma rimane il fatto che persone di generazioni diverse, e oggi di Paesi diversi, partono da una stessa “certezza”. M’interrogo, è questa una possibile chiave utile per interpretare i fatti accaduti?
Storicamente la Jugoslavia non si è mai schierata né con la NATO, né con il patto di Varsavia, pur essendo un paese a regime comunista. Che una simile nazione desse importanza alla difesa ha una sua logica; chi non ha santi in paradiso (USA o URSS), per di più collocato in una zona così importante dal punto di vista strategico, risultava (e risulta) sicuramente appetibile alle due superpotenze di allora: difendersi era una priorità.
Tanto più che il dialogo con i due “juogoslavi” (ha senso oggi usare un simile vocabolo?) confermano, in particolare quello di etnia serba, che il loro popolo ama pensare con la propria testa e non sopporta che altri decidano per loro. La storia spesso si dimentica, ma tutta la bagarre del primo conflitto mondiale, ricordiamolo, nacque perché degli attivisti serbi non volevano essere assoggettati agli austriaci, e di lì l’attentato al futuro imperatore d’Austria. Quanto meno un riscontro sul orgoglio di qui popoli son riuscito a raccattarlo tra le mie conoscenze scolastiche.
Ritornando ai giorni nostri: se ci si mette dal punto di vista americano pensiamo un “cane sciolto” possa essere apprezzato in un ipotetico piano di omologazione di tutta l’Europa? La creazione di uno stesso mercato è favorita da chi si assoggetta alle stesse regole, è favorita da chi ha una stessa ideologia e tutto ciò confluisce nell’avere gli stessi gusti. In un simile processo c’è spazio per gente che ama ragionare con la propria testa? Tanto più se consideriamo che il "cane sciolto", oltre ad essere orgoglioso, è pure ben armato. Nella bozza di risposta che ne consegue trovo sufficienti giustificazioni a molto del sangue versato in quei territori anche alla luce di quanto afferma uno studioso quale il Prof. Alberto Bagnai: l’Europa Unita è un progetto americano, nato per favorire i loro interessi commerciali, dove per “loro” si intende delle multinazionali, posto che parlare di “collocazione” per le multinazionali non ha senso, essendo queste entità senza patria.
Torno al testimone e combattente croato, il quale affermava nella ex potenza guidata da Tito, il grosso della concentrazione militare era in Serbia, la quale trovò subito un accordo con la Slovenia, che “lasciò in pace” andando poi, forte dei suoi “muscoli” a imporre il suo volere alle altre aree, che si ribellarono. Da questa situazione, afferma il croato, si innesca la verve bellica che ha generato il conflitto fratricida, il quale ha poi trovato nelle diversità etniche e religiose ossigeno per la combustione. l’evoluzione storica è la seguente, prima la Serbia ha cercato di appropriarsi della Croazia, e vi fu un conflitto che durò un paio d’anni, poi si alleò con la Croazia e insieme andarono alla conquista della Bosnia.
Il militare nel fornirmi questa versione dei fatti, voleva darmi date e riferimenti precisi, ma formali, spostando il tema dalla sua esperienza diretta a quella delle fonti ufficiali rintracciate su internet. La cosa, lo confesso, mi ha pure irritato, io non volevo un racconto storico, ma volevo raccogliere la sua esperienza, giusta o sbagliata che fosse, e se anche fosse stata distorta, una testimonianza vera per me valeva più di altre che potevo raccattare senza guardare in faccia l’interlocutore. Come scritto nella prima parte, ho compreso poi che era un modo per eludere le esperienze dirette, gesto che a lui psichicamente costava troppo. La conclusione è che forse lui fece parte di qualche commando che andava a “eliminare” i nemici col filo alla gola, come narrato nel primo articolo (rif. 1).
La sua narrazione ha un punto che mi ha sorpreso, La Croazia, dopo esser stata attaccata della Serbia, con questa si è alleata per invadere la Bosnia, territorio molto povero a suo dire, dove la religione prevalente era quella mussulmana. Qui mi chiedo, ma che senso ha imbastire una guerra di religione con chi convive con te da secoli? E che altre ragioni possono indurre ad una guerra se non vi sono ragioni economiche? Lo aveva affermato lui che la Bosnia è povera. La risposta mi arriva spontanea se accetto come vera l’affermazione del giovane serbo incontrato il giorno successivo: “il nostro Paese era diviso per religione e per cultura, dopo il conflitto seguita ad essere diviso per religione e per cultura. Prima c’erano in uno stesso territorio (sottinteso la ex Jugolslavia) etnia serba, croata e bosniaca, con religione ortodossa (in Serbia), cattolica (in Croazia) e mussulmana (in Bosnia), ora seguitano a vivere etnie diverse e culture diverse negli stessi territori, quindi la guerra a che cos’è servita? A niente anche se chi ha tirato le fila ha fatto una barca di soldi e vivrà lui e i nipoti dei suoi nipoti per molto tempo di rendita, ricchezza nata sui cadaveri degli innocenti… L’unica cosa è dimenticare questo conflitto, e farlo il prima possibile”!
Situazione singolare, se il testimone croato non riesce a ricordare, il giovane serbo ritiene sia proprio bene non scavare nel passato, cosa che io al contrario ritengo importante, anche perché incuriosito da questi racconti. In particolare le parole “...c’erano diverse etnie prima e ci sono ancora, c’erano diverse religioni e ci sono ancora…” e allora cos’è cambiato, che prima non c’era, oltre al fatto che qualcuno si è arricchito? Risposta che mi sono dato: la terza potenza militare nel cuore di un territorio strategico, “cane sciolto” dentro un progetto Europeo è stata frantumata. Questo è cambiato, e quindi per questo, io sospetto, s’e fatta una guerra che altrimenti non aveva senso. Certo si sono stimolate rivalità esistenti, certo si son presi burattini utili al sistema; noi in Italia ne abbiamo parecchi di esempi, ma il vero obiettivo era annientare una potenza militare che, se rimaneva unita, poteva essere pericolosa, tanto più che la storia di quella gente è la Storia di chi non si è piegata al gioco U.R.S.S o U.S.A.
Nell’era degli “yes man” del potere, un popolo orgoglioso come quello della ex Jugoslavia poteva dar molto fastidio al progetto Europeo, quel progetto che si vanta di essere promotore di pace. In bella sostanza la bozza di interpretazione che costruisco da queste due testimonianze mi porta a sospettare che sia stato il loro orgoglio, la loro poca elasticità, come popolo, la ragione di quei numerosi morti. La loro integrità li ha costretti a perire, narrazione che ci suona familiare come sa chi ha letto qualcosa su Aldo Moro, su Enrico Mattei, su Thomas Sankara o su chi anche in Cile auspicava di scegliersi un modello da seguire senza interferenze, quale Salvador Allende.
Chiacchiere da spiaggia fatte con personaggi che non conosco, facilmente smentibili. La raccolta di testimonianze, di racconti di guerra, prosegue e il militare croato mi ha dato lo spunto per un terzo articolo che vede protagonista la città di Srebrenica. Sarà il tema del terzo ed ultimo articolo di questa saga in tre atti.
Mirco Venzo, Jesolo 23/05/2018 #qzone
Rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/457-la-guerrra-in-yugoslavia-1-3