Scopro, girovagando su Facebook, che devo essere grato, non l'avrei mai detto, ad Aldo Cazzullo! Breve scheda del giornalista racattata in rete: "Entra ne La Stampa come praticante nel 1988. Nel 1998 si trasferisce a Roma. Nel 2003, dopo quindici anni a La Stampa, passa al Corriere della Sera come inviato speciale ed editorialista; dal 2022 è vicedirettore. Ha raccontato i principali avvenimenti italiani e internazionali degli ultimi trent'anni e i referendum sull'Europa, da quello francese su Maastricht (1992) alla Brexit". (rif. 1)
Da tempo riengo che il problema itallico sia legato a due fattori: il primo, l'adesione ai trattati europei, e tra essi il più deleterio è quello di Maastricht, e in secondo luogo (ma forse anche al primo) la mancata diffusione delle voci critiche ed il loro occultamento. Non esiste più una pluralità di informazioni, al contrario esistono differenti propagandisti che ripetono all'unisono tutti le stesse cose. Cercare chi canta fuori dal coro è possibile solo se si esce dai media più importanti, Tv e giornali quali, appunto, La Stampa o il Corriere della Sera. Ecco spiegato perchè Aldo Cazzullo mi ha sorpreso risultando utilissimo proprio scrivendo da quel Corriere della Sera che tendelziamente evito come una malattia. Nelle righe che seguono il giornalista recupera informazioni basilari e sorprendenti (ai miei occhi) circa la più bella , romantica e poetica canzone d'amore italiana, alludo al Cielo in una stanza scritta da Gino Paoli.
Copio e incollo dalla rete: "È una delle canzoni più famose di Gino Paoli, scritta in origine per Mina che l'aveva pubblicata nel giugno del 1960 nel singolo Il cielo in una stanza/La notte". "Determinante risultò l'intervento di Mogol che, credendo in Paoli come autore, gliel'aveva fatta ascoltare e incidere". Mogol, tanto per cambiare ci vide bene: quell'anno sarà il disco più venduto.
Lascio ora la parola ad intervistatore (Cazzullo) e ad intervistato (L'autore di questo capolavoro: Gino Paoli) - vedi nota
IL CIELO IN UNA STANZA ERA UN BORDELLO
(Estratto di intervista a Gino Paoli di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera)
Il 1960 è l’anno del Cielo in una stanza. Una canzone che ha 65 anni e pare scritta ieri. Davvero era la stanza di un bordello?
«Sì. Ebbi un amoretto con una puttana...».
Guardi che la criticheranno.
«Se voleva intervistare un artista politicamente corretto, doveva andare da qualcun altro».
Racconti.
«Insomma, mi ero innamorato. Capita».
Come si chiamava?
«Non lo so. Non me lo ricordo. Ricordo che era molto carina. Mi piaceva proprio tanto, e io piacevo a lei. Andai in quella stanza due, tre, quattro volte. Fino a quando non finii i soldi. Dovevo inventarmi qualcosa per rivederla».
Cosa?
«Rubai i libri a mio padre. Una vecchia enciclopedia, che rivendetti. Per fortuna non se ne accorse. Con il ricavato ripresi a frequentare la mia amata. Fino all’esaurimento delle possibilità. Così le dissi: questa è l’ultima volta che ci vediamo».
E lei?
«Mi rispose: “Ma no! Vieni lo stesso!”. Così andavo a prenderla al mattino, quando non lavorava. E giravamo come due fidanzati. Alla fine arrivò il momento della decisione».
Quale decisione?
«Lei doveva lasciare Genova. Le puttane non erano fisse in un posto; dopo un mese, a volte solo quindici giorni, partivano. Era una rotazione continua: bolognesi, napoletane, siciliane, baresi... Lei mi chiese di seguirla: “Vieni via con me”. Io ci pensai seriamente. Ebbi grossi dubbi. Poi prevalse il senso del dovere: “Mi dispiace tantissimo, ma debbo dirti di no”. Non l’ho mai rivista».
Quindi quella prostituta non ha mai saputo di aver ispirato Il cielo in una stanza?
«Non l’ha mai saputo».
Gli «alberi infiniti» sono un’eco di Leopardi?
«Chi? No, per me il poeta più importante è Caproni».
La stanza era davvero viola?
«Sì. Nei bordelli di lusso le pareti e i soffitti erano coperti di specchi. In quelli più popolari erano dipinti di viola o altri colori impossibili».
Ma nel 1960 i bordelli erano già chiusi.
«Avevamo iniziato a frequentarli giovanissimi, falsificando la data di nascita. Spesso si marinava la scuola e si andava al casino, di solito al Castagna, a chiacchierare con le puttane per la disperazione delle madame — quasi tutte venete, non si è mai capito perché —, che ci cacciavano. Così noi, per rabbonirle, andavamo a comprare un cabaret di paste, e tornavamo».
Poi venne la legge Merlin.
«E noi affezionati facemmo la Via Crucis nei bordelli di Genova. Li girammo tutti e ventitré, offrendo fiori e champagne. Loro ci regalarono le insegne con la lista e il costo delle prestazioni».
Non crede sia stato giusto restituire dignità alle prostitute?
«Ma quale dignità. Le si è sbattute per strada, in condizioni sanitarie molto peggiori, e per avere sicurezza si sono dovute affidare agli sfruttatori».
Il momento in cui suona l’armonica è quello culminante dell’amore, vero?
«Certo. È l’orgasmo».
Perchè ho tutta questa attenzione per questo testo?
Perchè, tra le altre cose, ebbi occasione di dedicare cantare e tradurre questa canzone, ad una bella tedeschina conosciuta in Irlanda. Insomma, anch'io, come migliaia di italiani, sono legato sentimentalmente a questa canzone ed al suo testo che mai avrei associato al meretricio.
Non mi resta che copiare il testo permettendo ai lettori più giovani di capire perchè milioni di italiani sono legati a queste parole; chi al contrario è della mia generazione del testo non ne ha bisogno perchè le conosce a memoria.
Il Cielo in una stanza
Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola
No, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo
Suona un'armonica
Mi sembra un organo
Che vibra per te e per me
Su nell'immensità del cielo
Suona un'armonica
Mi sembra un organo
Che vibra per te e per me
Su nell'immensità del cielo
Per te e per me
Nel cielo.
Gino Paoli, 1960
Tra i commenti del pubblico di Facebook non mancano le critiche o le considerazioni "piccanti" verso questo capolavoro una volta scoperta la sua origine. Tra le varie opinioni espresse mi piace riproporre quella di tale Alessandra Cavallaro che mi pare la più in linea con il mio pensiero: "Invece credo a differenza di altri che sia pura poesia, ancora, forse leggermente di più perché? Perché c'è la fanciullezza di un'amore inaspettato, giudicato, non è dedicata al classico amore, ma a quello di scarto, ma d'altronde non è stato l'unico, anche De André canta l'amore per una di loro, e non è Bocca di rosa". (Infatti presumo la Cavallaro faccia riferimento alla Canzone di Marinella da me già trattata nel articolo di cui il rif. 2)
Come chiudere l'articolo? Riproponendo una foto della ragazza tedesca che dovette subire la mia claudicante traduzione in inglese di questa poesia, che avrò sicuramente storpiato, senza considerare che avevo la voce che tremava e fu anche interpretata al peggio causa l'emozione della situazione che stavo vivendo. Come si chiama la fanciulla? Al pari del poeta non ritengo di doverla nominare; certe cose non devono essere publicizzate ma devono rimanere protette nel nostro cuore.
Mirco Venzo, Treviso 04/08/2025 #qzone.it
Rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Cazzullo
Rif. 2 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/1060-riflessioni-su-di-una-canzone-di-de-andre
Facebook non mi permette (o io non sono capace) di copiare e incollare i link per fornire al lettore la fonte del mio scritto: dovrete fidarvi della mia parola (e di Facebook!)