A dodici anni, dopo le corse, gli esercizi atletici e successivamente quelli tecnici con il pallone (controllo di palla con destro, sinistro, coscia e petto) arrivava il momento della partitella, e così i presenti venivano divisi in due; quelli con la casacca e quelli senza. Le casacche erano le stesse usate da diverse categorie di giocatori, sporche di fango e di sudore. Quando e se fossero mai state lavate non ci era dato sapere. Il loro scopo, d’altronde, era rendere riconoscibile chi giocava con chi, e chi, privo di quello sbiadito cencio rosso, ti era avversario.
A me che allora ero molto schizzinoso, indossare quei drappi dava proprio fastidio e quel giorno, avendone ricevuta una particolarmente malridotta mi rivolsi al mio allenatore affermando: “Posso averne un’altra, questa è tutta rotta…!”
Piero me la sostituì, e lanciandomene una forse leggermente migliore affermò: “Varda che no a xe quea che te fa zogar ben o mal…”! Traduco per chi non è trevigiano “Guarda che non è quella che ti farà giocare bene o male!” Aveva capito il mio insegnante che a me quel riconoscimento sporco piaceva poco, ma seppur trasandato quel drappo cucito con degli elastici indicava a tutti i presenti che io ero con i “rossi”, poi, e questo era il messaggio che mi rimase impresso, se quel cencio fosse protagonista di belle giocate o meno, non dipendeva dal fatto che fosse stato lavato, riparato e cucito, stirato o profumato, dipendeva da chi lo indossava, dipendeva da me…
Io avevo un grande problema nel A.C. Treviso (A. sta per associazione e C. sta per calcio), mi sembrava che tutti i miei compagni fossero più forti di me; c’era Soldan Ernesto che aveva una personalità fantastica, tutti gli riconoscevamo il ruolo di leader, senza che nessuno ci avesse detto che lo era. Quando ci parlava semplicemente facevamo quel che ci diceva. C’era poi Mosole, più piccolo ed esile di me, quanto mi era antipatico, con quell'alterigia fastidiosa, che aveva una raffinatezza nell’accarezzare il pallone che ancor oggi mi fa venire i brividi a pensarci. Ogni sua giocata, tiro, passaggio o un semplice stop di palla, era un gesto che a guardarlo mi suscitava stupore. Era una piccola magia. Ma dove aveva imparato quelle movenze, quei gesti? Manco per televisione si vedevano! Era proprio un suo modo di giocare, un suo stile unico e inimitabile.
In effetti questi miei compagni, ne ho citati due, ma tutto il gruppo era di livello notevole, avevano una capacità nel gestire la palla che rendeva poetico anche quel drappo sporco e sbiadito quando veniva a loro assegnato. Compresi così, in un attimo, che non è mai l’abito che determina la qualità del giocatore, semmai è vero il contrario, che è la qualità del giocatore che da valore all’abito. Quando ad indossare le casacche erano i Soldan o i Mosole, era la squadra con la casacca ad esprimere, a mio parere, il calcio migliore, ma se loro non l’indossavano, il calcio migliore era prerogativa di chi la casacca non aveva. Sotto questo aspetto significativo era il comportamento di Ernesto, il mio leader, che si presentava all'allenamento con capi particolarmente malconci.
Le sue magliette quasi sempre erano strappate al pari delle sue scarpe di tela rovinate dal troppo calciare, era comunque lui che esprimeva il calcio migliore, a prescindere se indossasse la casacca (rotta) o la sua personale maglietta (pure lacerata). Io per essere all’altezza dei miei compagni a casa per ore ed ore perfezionavo i gesti tecnici di controllo di palla lanciando la sfera sul muro e controllandola di destro, di sinistro, di coscia, di petto, di testa…Provavo e riprovavo i colpi di tacco. Ore ed ore per migliorare la mia tecnica personale. Da allora, perché ci sono insegnamenti che ti cambiano, non mi son mai preoccupato di come mi vestivo, ma mi son sempre preoccupato di dar valore alla mia persona con il mio agire, con la mia preparazione, che sempre costa fatica, perchè la tecnica non la migliori stando seduto sul divano, ma provando e riprovando sino alla nausea certi gesti.
Dovevo migliorare ciò che ero, non scegliere con cura ciò che mi ricopriva. In un attimo quel giorno compresi che anche se mi avessero dato una casacca pulita, non scucita, comunque quel drappo non avrebbe modificato la mia prestazione. La mia prestazione dipendeva da me, e se io sbagliavo i passaggi, o i tiri, o meglio, se li facevo corretti non dipendeva affatto da che cosa indossavo, ma dalla mia capacità di giocare a calcio e i Soldan, i Mosole e lo stesso Piero Bortoletto, per quello, e solo per quello mi avrebbe apprezzato o, al contrario, i due giocatori con cui avevo rapporto di rivalità oltre che di stima, avrebbero avuto uno sguardo di biasimo nei miei confronti.
Vedo oggi passeggiare per Treviso persone di tutte le età e di tutte le taglie che pensano di praticare sport perché indossano delle bellissime tute, spesso dai colori sgargianti. Indossano delle scarpe da ginnastica di sicuro valore economico, e alcuni inforcano persino degli occhiali firmati che li proteggono, nel loro deambulare, dal sole. Non corrono, (correre costa fatica), pensano di praticare lo sport solo perché vestono sportivo. O forse cercano di apparire... apparire che cosa, atleti solo perchè indossano una tuta? Io che atleta lo son stato li riconosco gli atleti e di sicuro evitano di farsi vedere camminare quando indossano delle scarpe da corsa e una tuta. Non foss'altro che per orgoglio! Questi sportivi da salotto mi fanno ridere.
Altresì capisco poco quelle persone, anche della mia età, io ora ho più di cinquantanni, che indossano la maglietta di Cristiano Ronaldo o di Leo Messi. Poveri illusi! Io da allora indosso capi possibilmente senza logo, senza scritte e sto alla larga dalle “griffe”. La ragione fu proprio quella frase di Piero che mi è rimasta sempre dentro, posso mettere una maglietta di raffinata seta orientale con la scritta “Messi” e posso spendere una cifra incredibile per quel capo. Può firmarlo con un pennarello indelebile lo stesso giocatore, quel tessuto, ma se io ricevessi un pallone scagliato da cinquanta metri, come quello che Banega ha indirizzato al talento argentino nella partita con la Nigeria, (ultima Coppa del Mondo) non credo riuscirei ad addomesticarlo con la coscia, (tanto più mentre un nigeriano m’insegue mettendomi forte pressione), ricontrollando di collo, quel pallone, prima che questi tocchi terra, spostandomelo sul piede e lo spazio buono per il tiro, tutto questo in corsa, senza perdere una frazione di secondo. E dopo tutto ciò, mantenendo l’equilibrio, indirizzare nel palo lontano quella sfera di cuoio, rubando il tempo al portiere avversario…
Pochi attimi in cui il giocatore ha fatto vedere le sue capacità, gesti che io che mi son allenato per anni, non riuscirei a replicare in quella sequenza. E ne ho fatti di goals belli, anche nell’ultima partita di calcetto con gli amici, nonostante la bronchite cronica che m’impedisce di correre. Ma certe giocate le fanno loro e non le facciamo noi. Ritorno al mio modo di vivere, ai maglioni che faceva mia madre, caldi, che ho sempre indossato cercando di dar loro valore con la mia preparazione, con la mia correttezza verso gli altri, cercando di far sorridere il prossimo con belle battute umoristiche, e che spesso, quei maglioni però han sentito urlare bestemmie al cielo.
Non sempre nella mia vita le cose sono andate come auspicavo, e se nel mondo del calcio solo chi gioca meglio di te, vince, e questo non impedisce il divertimento anche a chi perde. Nella vita va diversamente, c'è chi anche se non sa nemmeno accudire un ponte, mangia caviale e beve champagne, mentre altri pagano incompetenze che non gli son proprie con la fame, la miseria, o proprio con la vita. Non ho mai indossato le griffe, perché, e lo so, grazie a Piero Bortoletto, non è l’abito che fa il monaco. Ultima annotazione, se sono così presuntuoso da credere di capire qualcosa di calcio, non è per merito mio, ma perché ai tempi della casacca sporca, io per quindici, venti minuti (il tempo della partitella) giocavo toccando la palla mai più di una volta.
Non ero l’unico a farlo, in quel campetto privo di erba, irregolare, dove non mancavano le pozzanghere che mai si asciugavano, e che io cercavo di evitare perché mi disturbava insudiciarmi, "perfettino" com’ero; tutti quelli che avevano la casacca rossa, al pari di tutti quelli che non ce l’avevano, mai toccavano la palla più di una volta. Questo perché noi giocavamo a calcio, che non è colpire con i piedi un oggetto rotondo di cuoio, ma è molto altro e molto di più. Se io, al pari di tutti quei ragazzi, giocavamo a calcio, il merito è della persona che ci insegnò qualcosa su quel gioco, correggendo la postura di moltissimi nostri movimenti e modificando il nostro modo di pensare perché, come chi gioca a calcio sa, per toccare una sola volta la palla, non basta la testa, la tecnica e la preparazione atletica per farlo, ma hai bisogno della collaborazione di tutti i tuoi compagni, altrimenti la cosa ti risulta impossibile. Ritengo doveroso precisare che Piero Bortoletto, non m’insegnò solo a giocare a calcio, ma fu semplicemente un maestro di vita.
Mirco Venzo, Treviso, 20/09/2018 #qzone
La foto mi vede affianco al mio cane Minù. Ho cercato un ricordo di quando giocavo, senza trovarlo. In compenso è uscita la prima medaglia che vinsi nel 1975. Così l’ho posta a fianco alla foto che risale, con buona approssimazione, ai tempi in cui giocavo con il Treviso Calcio.