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20191122 VM desmond morrisAcquistai quasi per caso, girovagando da studente universitario, inizio anni ottanta, un libro in svendita di un sociologo inglese: Desmond Morris (rif. 1), il titolo è La Tribù del calcio (rif. 2). Questo ricercatore spiega perché il calcio in particolare, (ma vale per lo sport di squadra in generale), sono così seguiti. L’inglese parte da una constatazione: la finale della coppa del mondo del 1978 tra Argentina ed Olanda è stata seguita da circa un abitante su quattro del nostro pianeta! La spiegazione di tale interesse va per Morris ad innestarsi nella preistoria, quando l’uomo era un cacciatore e la vita o la morte sua e della tribù dipendeva dalla caccia.
 
La caccia richiedeva tutta una serie di requisiti che sono la velocità, la resistenza, il coraggio, l’organizzazione del gruppo, la messa a punto di schemi che variano a seconda della preda. Questi requisiti, che a ben guardare sono gli stessi che servono ad ogni squadra di calcio, devono pur tuttavia lasciare spazio per l’improvvisazione, perché la realtà è sempre diversa da quanto preventivato a priori! Ogni partita di calcio, al pari di ogni battuta di caccia può sempre presentare sorprese che possono costare la vita, nella preistoria, la lesione di un legamento o la rottura di un arto, nell’attualità. Ambedue le situazioni richiedono precisione e coordinazione nostante la concitazione di quelle intense fasi.
 
In particolare ci sono degli attimi particolarmente importanti nei quali la capacità di mantenere il sangue freddo è determinante, è quando, meglio se con forza, si indirizza il “dardo” nel punto debole della preda.In quel attimo tutti sospendono il fiato.L’esito di quel tiro può significare il successo o il ritorno a casa a mani vuote.Questa azione fondamentale viene affidata al cacciatore più importante, è lui che raccoglie il lavoro di tutto il gruppo e lo trasforma in un successo o lo vanifica.Spesso un suo errore è motivo di aspre critiche…
 
Non meno importante è il gioco di squadra che va a massimizzare le capacità del singolo che con il gesto conclusivo finalizza l’azione di tutto il gruppo di cacciatori. Fateci caso la descrizione di una partita di caccia, sembra coincidere con la descrizione di una partita di calcio, e il lettore avrà individuato nel finalizzatore chi il Cristiano Ronaldo, chi il Lionel Messi di turno, mentre l’aspetto tattico non è meno importante. Strateghi quali Josè Mourinho, o Arrigo Sacchi, si sa, sono stati determinanti per le vittorie delle loro squadre.
 
Ad ogni modo la donna moderna è molto più vicina al maschio sotto tanti punti di vista; ed è un dato di fatto che anche le tifose di calcio siano in aumento negli stadi, anzi, ora stanno significativamente aumentando anche coloro che vestono pantaloncini e maglietta non solo per giocare a calcio, ma pure al ben più rude rugby! Ma torniamo al testo di Morris che ci spiega questo passaggio da preistorico cacciatore all’attuale calciatore passa però per uno stadio intermedio, quello dell’agricoltore! Dopo migliaia di anni trascorsi a cacciare, l’umanità scopre l’agricoltura e l’allevamento.Meno rischi e cibo sicuro. E però, dopo un paio di milioni di anni trascorsi cacciando, poteva l’ominide fermarsi bruscamente, lasciando inappagati tutta una serie di pulsioni?
 
Probabilmente no. La caccia infatti continuò anche dopo la scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, ma non tanto per appagare il bisogno di nutrire, quanto per appagare delle pulsioni primordiali. E’ interessante constatare come già le civiltà antiche che avevano una buona e complessa organizzazione sociale, dotate di una grande urbanizzazione, sentono la necessità di far nascere gli “stadi”! I primi furono i greci con le loro olimpiadi, raduni dove si esaltavano le capacità atletiche degli sportivi, ma sono soprattutto i romani a costruire un po dovunque le loro arene!
 
Nelle grandi città non si può cacciare; si direbbe che è questa carenza a spingere alla realizzazione di queste imponenti strutture architettoniche e fondamentali centri di coagulo sociale. Lo stadio ricorda per certi aspetti le cattedrali, quasi a rivestire di sacralità l'evento che vi si celebra all'interno. I romani antichi erigono in tutte le città più affollate le loro arene e la città più affollata in assoluto, Roma ha lo stadio più grande, l’anfiteatro Flavio, meglio noto come Colosseo! Nel Colosseo si rappresentavano scene di caccia. Migliaia di animali venivano prelevati da tutto l’impero per poter sacrificarli dentro le varie arene.
 
Erano delle vere e proprie mattanze di bestie di tutti i tipi e gli spettatori non erano solo gli uomini liberi, ma anche donne e schiavi potevano assistere alle celebrazioni, ovvero gli individui cui spettano i posti più bassi nella piramide sociale. A ben riflettere era una splendida economia di tempo e di risultato; in poche ore migliaia di persone potevano appagare le loro pulsioni ancestrali, senza bisogno di andare fuori città in cerca di prede. Ma voglio soffermarmi su un altro aspetto, accennato da Morris, ma forse non sviscerato a sufficienza. La partita di calcio è anche la rappresentazione di una battaglia. Non conta infatti tanto segnare tante reti (catturare prede) quanto vincere! Un uno a zero rocambolesco è sicuramente ampiamente appagante soprattutto se condanna alla sconfitta gli odiati rivali, che spesso sono i vicini…
 
La partita di calcio è anche lo scontro tra tribù! Ed ecco che si capiscono altri aspetti intrinsechi nel mondo del calcio, quali la terra sacra che va protetta, (l’area di rigore) e se avversaria profanata! Ancora una volta la fraseologia ci è di aiuto. “Voglio vedere 11 guerrieri” può tranquillamente essere una frase pronunciata da un allenatore prima di una gara importante. “Fallo fuori!” può essere un grido che arriva dagli spalti e il "duro" della squadra (ogni squadra ne ha almeno uno) sarà sempre nel cuore dei supporters, in barba alle partite che dovrà saltare per squalifica e alla tecnica di questo rude “gladiatore” magari limitata! Si noti come il termine gladiatore calza nel discorso andando a connettere la figura attuale con quella antica e non mi stupisce quindi se nell’antica Roma fossero gli spettacoli dei Reziari contro i Secutores quelli più seguiti e commentati.
 
La partita, ci dice il sociologo inglese, non è solo la rappresentazione di una battuta di caccia, ma è anche la rappresentazione di una battaglia, della guerra. Questo induce a pensare al calciatore anche come guerriero, ed a ben pensarci le caratteristiche che sono alla base del primo, sono le stesse che risultano fondamentali per il secondo: coraggio, destrezza atletica, velocità, sangue freddo, precisione nel colpire, saper leggere la situazione e comprendere quand’è il momento di attaccare e quando invece è utile avere un atteggiamento prudente...
 
Torniamo indietro nei millenni per scoprire che è forse proprio contro il proprio simile, meglio contro il vicino di casa, che si disputava la partita più importante! L’odierno calciatore simbolicamente riveste entrambe le figure, è sia un guerriero, sia un cacciatore. Ad ogni modo Morris afferma che attorno alla metà del XIX secolo, in Gran Bretagna con date ravvicinate nascono le basi per gli sport moderni. Cinque di essi utilizzano una palla ovale, due quella sferica; il gaelic football e il association football. Sei di questi giochi permettono l’uso delle mani nel gestire la palla.
 
Uno, quello della Association football prevede l’utilizzo dei piedi! E’ quest’ultimo che invaderà il mondo! Il calcio appaga quindi le pulsioni primordiali del cacciatore – guerriero che sono rimasti dentro noi, questo ci dice Desmond Morris e lo fa senza che vi sia la necessità di versare del sangue, come pure già in passato si era verificato in Grecia e nella Roma antica e come accade nelle corride ancor oggi. Ben inteso non è che il toro non debba spirare, ma il sacrificio del bovino è poca cosa se si considerano le migliaia di persone che assistono allo spettacolo, persone alle quali il rischio concreto che corre il torero e lo spargimento di sangue, sono elementi di stimolo per assistere allo spettacolo, e non il contrario.
 
Una constatazione mi ha lasciato perplesso, la più importante concentrazione di persone nell’antica Roma si realizzava al Circo Massimo, dove si potevano contare 250.000 spettatori contro i 45/50.000 che assistevano agli spettacoli al Colosseo. Nel Circo Massimo la rappresentazione principale era la corsa delle Bighe, che ha come corrispettivo attuale, pure molto seguito, la Formula Uno. E’ essenzialmente un’esaltazione della velocità. Questo fenomeno non trova giustificazione nella teoria sopra esposta, anche se, a ben guardare neppure ne limita la validità.
Al contrario, a rafforzarne la credibilità c’è la constatazione che probabilmente non è un caso se proprio nell’isola Britannica nasce il gioco del calcio verso la metà del 1800. E’ in quella zona del mondo che per effetto della rivoluzione industriale si tornano a realizzare degli importanti fenomeni di urbanizzazione. E come già avvenuto nell’antica Grecia e nell’impero romano nascono gli “stadi” strutture dove un’importante concentrazione di uomini tolta dall’ambiente rurale e costretta a movimenti ripetitivi di fronte a delle macchine, può sublimare i propri istinti. Dunque l’uomo “moderno” ha mantenuto delle pulsioni primordiali che risalgono a quando, milioni di anni fa, eravamo cacciatori e guerrieri, istinti che quanto più siamo costipati, quanto più si direbbe la società occidentale (non ho conoscenze di quella orientale per fare considerazioni) deve dissolvere attraverso della rappresentazioni collettive.
 
Molto cruente nell’antichità, meno sanguinarie ai nostri giorni. Spero aver ben rappresentato il pensiero del sociologo inglese. Un’ultima considerazione: il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti spiega che l’uomo non ha istinti, intesi come rigide risposte a degli stimoli forniti dall’ambiente, ma a seconda del percorso culturale (e quindi sociale) reagisce in modo differente da civiltà a civiltà. (rif. 5) La teoria di Morris pare essere in linea con questa impostazione. La pulsione arcaica del cacciatore guerriero è dentro il nostro DNA, ma l’evoluzione sociale e culturale ha escogitato una strategia per dissolverla… gli sport di squadra, tanto seguiti ovunque e da sempre, sono la risposta a questa necessità. I palazzetti si riempiono di persone che anche se pesano 130 kg si immedesimano nei loro atletici beniamini e scaricano quella voglia di vittoria che hanno dentro. Il lunedì possono tornare chi in fabbrica chi in ufficio ad eseguire innaturale, ripetitive operazioni che caratterizza l’attività umana dell’uomo moderno.
 
Se i cani o i gatti si eccitano alla vista ed all’odore del sangue, a noi esseri privi d’istinti, basta una palla e vedere delle magliette di colore diverso dal nostro, per immedesimarci in una battuta di caccia o in una battaglia. Al fischio finale dell’arbitro qualche sospiro e si ritorna a casa esausti, come se fossimo stati noi a correre e a combattere. Ultimo appunto: la trasformazione da cacciatore ad agricoltore prima, e da agricoltore ad individuo urbano (cittadino) poi, sono le risposte a delle nuove esigenze economiche. Se mi interesso di economia è perché le cose economiche, come evidenziato da Karl Marx, sono alla base di molta attività e se accettate la chiave interpretativa del sociologo Morris, come illustrato, sono alla base anche del gioco del calcio, cosa che mai avreste sospettato.
 
Mirco Venzo, Treviso 21/11/2019 #qzone.it

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