La giornata è grigia, pioviggina, ma solo oggi i miei turni di lavoro e quelli di Stefano collimano, così mi alzo prima di quanto vorrei per vedere se l’artista può risolvere il problema della copertina del Centone 2020. Ormai è una tradizione che un’opera d’arte faccia da introduzione a questa raccolta, esibendosi all’esterno del testo. Stefano Bergamin è più un tipo da aperitivo, o meglio da digestivo, un buon superalcolico da gustare dopo cena, ma la normativa vigente ci obbliga ad una colazione, e così mi avvio a Castelfranco, città dove risiede l’artista, svizzero di nascita - passaporto italiano, per prendere questo cappuccino. Non ricordavo (non sapevo) che già la
sua collocazione toponomastica pare essere un presagio, si trova tra via Canaletto, via Tintoretto, Via Veronese, Giotto, Lorenzo Lotto, Canova… è circondato da nomi di artisti!
Lo trovo puntuale, esce, al solito, indossando una sorta di ciabatte, non ricordo ultimamente di avergli mai visto indossare delle scarpe, vuole i piedi liberi, le sue labbra trattengono una sigaretta rollata a mano. Mi porta in un bar gestito da cinesi, dove, si commenta, la ragazza è anche carina, di dimensioni più robuste di altre sue conterranee e dalle ferme che tendono al generoso, per quanto quella etnia possa permettere. Di lì usciamo subito, il vociare a volume troppo alto degli anziani presenti, che parlano di sport, ci infastidisce e così ci rifugiamo a casa sua.
“Essere artista per me è una sorta di liberazione! L’evento che segnò questa mia consapevolezza risale ad una tra le molte girate che facevo con gli amici. Lavoravamo e avevamo libertà economica: spesso vagavamo. Un giorno (la data è da collocarsi alla fine degli anni settanta) andiamo da un tipo e nel viaggio di rientro la mia mente registrava con molta più attenzione, con un’energia particolare ogni fotogramma inquadrato dagli occhi. In particolare ricordo un vecchio seduto su una strada di campagna, mi parve una scena forte, che doveva essere raccontata...
Così ho iniziato una mia ricerca, acquistando libri, andando a mostre, osservando e studiando le opere d’arte. C’era però un problema, ero una persona multipla: lavoratore, viaggiatore, frequentatore di discoteche, giravo con compagnie dove alcuni avevano anche confidenza con gli stupefacenti, allora assai diffusi, ci ubriacavamo. Praticavo anche sport, non tanto di squadra, subito ho compreso che gli sport individuali mi calzavano meglio, quindi nuoto, arti marziali, boxe, canoa e soprattutto bicicletta. Andavamo a fare mountain bike estremo, sulle vette delle montagne locali: sin dove si poteva si pedalava, e poi si caricava il mezzo in spalla e si seguitava a salire. Dopo esserci distesi per recuperare le energie, quando si decideva di ritornare a valle allora ci si catapultava con il mezzo in discesa spericolate, correndo senza freni, in mezzo ai boschi, nelle discese ardite.
Un bel periodo, emozionante, dove godevo a pieno della natura e del senso del di libertà. Dicevo che però tutto ciò rappresentava un problema, dovevo fare una scelta: o seguitavo a disperdere le mie energie in mille rivoli, certo anche appaganti, o li convogliavo in un’unica direzione, quella che porta a diventare, ad essere un artista. L’acquisizione delle competenze, la comprensione del mondo che ci circonda richiede studio, e questo non può stare assieme alle ubriacature, uno deve fare delle scelte, e io ho scelto l’arte”. Stefano non lo dice apertamente, ma lo studio è inerente alle tecniche di pittura, alle prove di scultura, a tutti quei gesti manuali finalizzati a riprodurre, rappresentare la realtà con differenti elementi. La conoscenza della realtà che si vuole rappresentare poi passa per letture che parlano del cosmo, dell’origine dell’universo, di teorie scientifiche alcune dimostrate altre da dimostrare.
Tra i suoi autori più indagati c’è un certo Friedrich Nietzsche, giusto per evidenziare la complessità di questo percorso. Tuttavia affianca a discipline teoriche, quali la filosofia, attività pratiche finalizzate alla conoscenza dei diversi materiali che rispondono ognuno a suo modo alle manipolazioni. La creta, il legno, il ferro hanno caratteristiche distinte dalla carta che, a sua volta, può essere impressionata con una matita, con un pennarello, con un pennello, con colori acquarello, ad olio, e via discorrendo. Fisica, chimica, manualità una sperimentazione che richiede impegno, abnegazione, la ricerca del proprio equilibrio interiore e, una volta trovato questo, è possibile spostare lo sguardo all’esterno sul mondo per narrarlo, con varie modalità. Nel precedente dialogo avuto con Stefano mi aveva sorpreso la varietà dei suoi interessi artistici: la pittura, la scultura, la letteratura, il teatro, la musica, la poesia...
“L’artista è una sorta di alchimista, colui che indaga nei territori delle profezie, che ha il coraggio di entrare nei territori inesplorati, quelli evitati dalla maggior parte delle persone. La luce che brilla nelle stelle lontane è la stessa che si trova nel riverbero di una pozzanghera. Cerco di narrare la magia di una goccia d’acqua che è baciata dal sole alle prime ore del mattino e che di lì a poco sparirà, lasciando spazio e contribuendo alla vita della pianta che da noi bellezza e ossigeno…!”
Si può essere artisti in vari modi, non c’è una ricetta precisa, mi spiega Stefano, che con queste confidenze mi ha spiegato la strada che ha permesso a lui di produrre un’infinità di opere, alcune me le ha anche fatte vedere, ed una, quella scelta per la copertina della nostra raccolta, la potrà valutare anche chi segue questo blog.
Venzo Mirco, Castelfranco Veneto 07/12/2020 #qzone.it
Foto scattata sul Piave il 6 agosto 2020
Nota: il testo prima della pubblicazione è stato supervisionato dall'intervistato.